Maria Raschi

martedì, aprile 10, 2012
da famijarciunesa

Maria Raschi…  un lungo momento di storia

Anche attraverso brevi flash di vita vissuta si possono scrivere momenti di storia. In questo caso la vita di Maria Raschi, 98 anni portati con tanta ironia e lucidità (“la testa è buonissima… ma le gambe non mi ubbidiscono più”); un’amabile e forte signora che perfettamente incarna quello spirito indomito e curioso che contraddistingue la nostra gente. Maria è la vedova di Fabbri Nello e madre di Rita e Rosita (in Nicoletti), la cui vivacità e sensibilità artistica hanno lasciato nel cuore di tutti un ricordo indelebile.
“Sono nata a Villa Alta e quando ero piccola assieme a mia mamma che aveva delle mucche, portavo il latte alla signora Maria Boorman Ceccarini, nella sua bellissima villa; mi incantava quando passava sul suo calesse con due cavalli bianchi, con accanto l’amico Conte Felice Pullé, bravissimo e generoso medico, per me era come vedere una regina. Dopo la morte del marito la signora fece costruire l’Ospedale, che si portò con sé un piccolo mistero: mi raccontava mio nonno che quando ne posò pubblicamente la prima pietra, vi seppellì sotto una specie di piccolo bauletto… che nessuno seppe mai cosa contenesse!”
“Era il 1921 quando scesi dalla collina al mare. Qui c’era la fame e niente turismo; non era stato ancora costruito il ponte del porto, e mio fratello Mario traghettava la gente da una sponda all’altra. Mio babbo Cesare invece con Mario de Pirulèin cominciò a pescare le poveracce, un mercato proficuo in quel momento che faceva lavorare bene anche la fabbrica Amati. Mia nonna metteva un sacco sul manubrio della sua bicicletta e andava a venderle in campagna, scambiandole con olio e farina… così potevamo mangiare.”
“Avevo 15 anni e qui a Riccione c’era il magnifico Teatro Dante: di pomeriggio si ballava e di sera diventava anche cinema, dove i signori sedevano davanti e i poveri dietro. Avevo tanti filarini, tra i quali Nello che poi diventò mio marito. I soldi erano pochi, e il mio primo vestito da sera l’avevo cucito io comprando la stoffa da Elviro in centro: era rosa, di crêpe Georgette, e la sottana tagliata a godè era confezionata con 9 metri di tessuto. Noi ragazze sedevamo tutte attorno alla sala, le mamme in galleria che controllavano e i giovanotti nel mezzo. Ad un certo punto mi si avvicinò un signore molto distinto e maturo in guanti bianchi e ‘caramella’ (occhialino) e mi chiese “permette questo ballo”. Era un valzer, lui ballava bene e tutti attorno incominciarono a battere le mani. Non capivo perché, ma lo scoprii quando accompagnandomi a sedere si presentò “sono il Conte Pullé”. Stavo per svenire…”
“Nel 1938 sposai Nello. Mussolini alle coppie di sposi novelli come regalo di nozze li mandava a Roma dove avrebbero potuto girare tutta la città senza pagare nulla. Da Riccione andammo in tre: i Fagioli, i Piccioni e noi. Nello lo conoscevo sin da bambina perché eravamo cugini di secondo grado, e per sposarci dovemmo far scrivere a Roma dal Vescovo di Rimini. Siccome sua mamma Pasquina era morta per la Spagnola (una gravissima influenza), quando nacque la mia prima figlia le mettemmo, come si usava fare, il suo nome. Ma andando a lavorare come sarta presso i proprietari dell’Albergo Arizona, i Copioli, ne avevano conosciuto uno che apparteneva alla figlia della loro cugina Nerina che era andata a stare in America: Rosita. Tant’è che anche la loro di figlia successivamente la chiamarono così (la nota scrittrice Rosita Copioli).”
“Sono sempre stata una lettrice accanita: una volta però non c’erano soldi per comprare libri e ce li passavamo: i Promessi Sposi, i Miserabili… Io studiai sino alla terza elementare ed ero bravissima in italiano tanto che un mio tema venne spedito al Papa. La maestra diceva continuamente a mio babbo che dovevo continuare… ma erano tempi troppo duri, e a nove anni andai a lavorare: guadagnavo 1 lira al giorno, badando la bambina della mia maestra Celli. Un po’ la stessa cosa accadde poi a Rosita, che alle magistrali era bravissima e mi dicevano che doveva andare all’Università, invece si mise poi a lavorare in albergo. Quello che feci ovviamente anch’io quando nel ‘57 aprimmo il Gambrinus… e da sarta mi trasformai in cuoca (destino toccato a tantissime riccionesi, pilastri delle nostre attività ricettive).”
“Dopo la guerra cominciò a prosperare il turismo. Mio marito Nello in inverno aveva un camion col quale andava lungo il Conca per raccogliere la ghiaia che poi vendeva ai costruttori di case e non solo, “le strade di Riccione le ho fatte tutte io!”. In estate invece aveva una carrozza con cavalli e come vetturino aveva portato a spasso anche Mussolini. Dopo un po’ di questa vita improvvisamente si stancò, vendette camion , carrozza e la nostra camera e cucina dove abitavamo e comprò una casa vecchia che poi ristrutturò in albergo. Era il 1957 e i primi clienti furono i tedeschi… anche se in realtà io non li avevo tanto in simpatia per le prepotenze fatte quando il fronte era passato di qui. Ma anche gli alleati non erano poi tanto rassicuranti, anche se per loro cucivo colletti da coperte che mi davano e con gli scarti facevo cappottini per Rosita. Nel ’45 nacque Rita; mia mamma andò a prendere della lana da un pecoraio di San Lorenzo e la portò da Ventura all’Alba per conciarla; con quella le feci fare dei giacchettini, ma erano talmente ruvidi che la facevano piangere dal bruciore.”
I racconti della signora Maria sono solo piccoli episodi di un’esistenza lunga e ricca, che più dettagliatamente è stata annotata già da Rosita, quando nel 2008 scrisse E nascundèin de Tèmp, utilizzando l’insostituibile “suono del dialetto”.

Maria Grazia Tosi

Commenti non consentiti.

Marcar Rimini
Ceccaroli
Composet
Michelotti Santini
Guest.it
Spazio Assiamica
cd arredamenti
ediltutto
riccionese tendaggi
carrozzeria artigiana
ranch saloon
Muccioli
cavalluccio marino
bottega imbianchino