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	<title>Famija Arciunesa &#187; Amarcord</title>
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		<title>Anni &#8216;60/&#8217;80</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 08:58:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il fascino di Riccione “Perla verde” dell’Adriatico
Prezioso gioiello fra tutte le spiagge italiane
Divenuta comune autonomo nel 1922, dopo che la sua fama aveva richiamato l’imperatore romano Diocleziano con la sua corte fastosa e godereccia e la regina Cristina di Svezia. Era la meta preferita di Benito Mussolini, dei figli e parenti del dittatore. Richiamava numerosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il fascino di Riccione “Perla verde” dell’Adriatico<br />
<em>Prezioso gioiello fra tutte le spiagge italiane</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Divenuta comune autonomo nel 1922, dopo che la sua fama aveva richiamato l’imperatore romano Diocleziano con la sua corte fastosa e godereccia e la regina Cristina di Svezia. Era la meta preferita di Benito Mussolini, dei figli e parenti del dittatore. Richiamava numerosi industriali: da Olivetti a Borghi, dal conte Rognoni, proprietario del Guerin Sportivo e potente dirigente calcistico, ai Barilla, ai Campari, ai Marzotto, agli Zegna, ai Piaggio, dai banchieri ai più famosi stilisti. Soggiorno prediletto dei maggiori campioni sportivi. Il magico Pelè era venuto a trascorrere a Riccione una fetta della luna di miele. Riccione bella e peccaminosa, splendida con i suoi sei chilometri di spiaggia con il verde, difeso con grande accanimento fino all’irrefrenabile invasione del cemento. Questa fascinosa Perla Verde era l’unica cittadina di mare in cui si poteva attendere l’alba bevendo champagne o Chinotto Neri, oppure brindando con un stuzzicante Trebbiano dei colli, mangiando un risotto sul porto, tra scosciate bionde filanti in minigonna cullati dagli ultimi successi sul juke box, attorniati da implacabili seduttori che non conoscevano concorrenti. Riccione era la regina del divertimento, il più famoso centro di seduzione in cui le donne passeggiavano quasi danzando con atteggiamenti fatali. Dalle nobildonne che nella notte ballavano a piedi nudi il “cha cha cha” sulla stola di visone in viale Ceccarini alle seducenti indossatrici, alle decine e decine di miss felici della loro generosità, alle attrici svenevoli e maliziose fino alle splendenti fanciulle che puntavano tutto sulla loro avvenenza. Una conturbante contessina toscana amava ripetere: “vorrei svenire sdraiata” mentre tutte cercavano di dare ancor più impeto alla loro esuberanza con amori vorticosi, imitate dalle commesse della Standa o dalle impiegate della Stipel agghindate a festa. Splendide come fossero principesse insaziabili, distributrici d’amore e di “cha cha cha” ritmato da Xavier Cugat la cui moglie Abbe Lane aveva sinuosi ancheggiamenti che toglievano il respiro e spingevano i romani alla disperata invocazione “Abbe pietà di noi “. I locali da ballo si rubavano a colpi di milioni le maggiori attrazioni del momento. Viale Ceccarini era il salotto prestigioso nel quale imperava lo Zanarini, un bar tavola calda condotto con grande abilità dalla famiglia Bartolini con cuochi di sicuro talento che alle prime ore del mattino fingevano di servirti due uova al tegamino . Erano invece due mezze pesche sciroppate circondate da panna. Per quei tempi l’eleganza era al top. Abiti lunghi imbevuti da scie di profumi e smoking per i gran gala al Savioli, che hanno aperto la strada al Saviolino, a Villa Alta, alla Panoramica. Il Vallechiara lanciato dalla famiglia Spadini era il più gioioso il più divertente e presentava le più grandi stars del momento: da Caterina Valente a Mina, da Modugno a Nico Fidenco dalla indemoniata Joe Collins a Ornella Vanoni, a Massimo Ranieri, a Rita Pavone a Carla Boni. Celebre in tutto il mondo la pista a goletta che aveva reso famosi i Savioli. Bepi Savioli ricordava con orgoglio di aver incontrato sulla Quinta di New York un petroliere che gli raccontava con gioia d’aver ballato sulla pista del Savioli. Dagli anni 60 agli 80, grazie anche al boom economico, Riccione ha vissuto il periodo di maggior splendore. Quando il Savioli organizzava il “Gran Premio Riccione” e il “Bal in tete” c’erano due ali di folla ad applaudire i partecipanti e dovevano intervenire i carabinieri a disciplinare il traffico. Accorrevano i grandi attori: Mastroianni, Sophia Loren, Claudia Cardinale, De Sica, Totò, Sordi, Gassman, Vitti, Eleonora Rossi Drago, Lollobrigida, Ekberg&#8230; molti arrivavano in carrozza.<br />
Altrettanto avveniva al Vallechiara. Il Florida organizzava feste particolari, soprattutto in maschera dedicate agli stregoni, agli indovini mentre il grazioso “Punta dell’Est” che si avvaleva di complessi internazionali teneva le luci soffuse e il gestore l’ex campione dei mediomassimi Montebelli guardava compiaciuto le coppie avvinghiate in balli densi di promesse e di notti gonfie di stordimenti. Un clima di grande festa, di innamoramenti mozzafiato, di carezzevoli abbandoni. Un’iniziativa curiosa e divertente l’aveva presa il cantante Paolo Bacilieri che aveva aperto un locale chiamandolo “La Stalla” sotto al Mediterraneo, hotel di lusso, con la partecipazione di una mucca che dormiva davanti al dancing. A mezzanotte la mucca, lucidata a festa, veniva condotta all’interno del locale con il suo campanaccio suscitando l’ilarità dei presenti. Una sera la mucca si era fermata davanti a un tavolino ed aveva muggito all’indirizzo di Celentano nel locale con alcuni amici. Un nobile antiquario marchigiano aveva organizzato una festa per un Sottosegretario ai Beni Culturali a cui prevedeva di vendere alcuni quadri pagando un conto di 820.000 lire e al momento di pagare estrasse un assegno, invece di chiedere lo sconto disse: faremo 850.000 lire. Il complesso che suonava costava tre pezzi da 10.000 lire. E se ne era andato prima di mezzanotte per raggiungere Villa Alta accompagnato da alcune bellissime per incantesimare il Sottosegretario. Erano i tempi delle voci carezzevoli di Bruno Martino e Fred Bongusto. Il maestro Paolo Zavallone, famoso per il suo fiuto musicale, mi aveva portato al Saviolino promettendomi: “ascolterai un cantante più bravo di Bruno Martino”, a quei tempi una specie di oracolo. Aveva ragione. Suonavano i Loris il cantante era Fred Bongusto. Nando Pucci Negri, marito di Anna Maria Mussolini presentava al Savioli, Alvaro Alvisi al Vallechiara, Daniele Piombi un po’ ovunque e iniziava la sua serata con “Sotto questo meraviglioso cielo di stelle”. Un’introduzione che non cambiava mai. Si ballava anche al “Milan de not” sopra l’attuale Canasta e il Clan di Celentano aveva aperto, il dancing Park, nel parco di viale Ceccarini oltre la Ferrovia in cui si esibivano nella stessa serata Pippo Baudo, Fausto Leali e i Novelty, Bruno Martino e la vedette francese Silvy Vartan. Mille lire il prezzo d’ingresso che per quei tempi in cui si consumava un buon pasto con qualche centinaia di lire era piuttosto elevato.Ancora più costoso ballare al Saviolino e a Villa Alta in cui a un’ora della notte venivano offerti piatti di spaghetti o di maccheroncini a quelle coppie che non si erano ancora inoltrate nel verde della natura ad attendere l’alba. Beppe Brili si arrampicava sugli alberi davanti al Canasta ed emetteva fischi dalle fantasiose variazioni, attirando ilarità ed applausi. C’era il Caffè Concerto all’angolo tra viale Ceccarini e via Virgilio in cui si esibivano le voci più famose. L’ora dell’aperitivo in viale Ceccarini era il momento della parata delle bellezze di casa nostra o estere. Molta eleganza: abiti bianchi di lino per gli uomini e vestiti dalle generose scollature per le fanciulle che si apprestavano alle notti goderecce. Auto spyder, Ferrari e Maserati rosse fiammanti parcheggiate sul marciapiede del salotto di Riccione. Ne avevo una anch’io. Un mondo scomparso lentamente con l’avvento delle discoteche, dei camping, con il mutamento delle mode e delle tendenze e con l’emigrazione dei nomi più prestigiosi verso le località della Sardegna e di altre spiagge frequentate da politici e dalle loro corti. Erano in arrivo, seppur in lontananza, le veline, le letterine sino alle escort che prediligevano i lussuosi cabinati, mentre la gioventù dei figli dei fiori riempiva con un rumore assordante i grandi raduni di musica rock e successivamente perdevano la vita nei party rave con droga e grandi ubriacature. Si indossavano per moda jeans strappati e magliette scolorite. La droga scorreva a fiumi E il poetico fare all’amore si trasformava nel realistico quanto metallico “fare sesso”. L’atmosfera poetica era svanita. Condomini cancellavano il Savioli, il Florida, e gli altri locali. Era la stagione dei saccopelisti, delle donne vestite di stracci. E ai tempi nostri emergevano le escort a 10.000 euro alla notte. Tutto meccanico, tutto frenetico fra volgarità tuonanti, insolenti battute e sgangherati commenti. Imperavano le parolacce nelle loro infinite coniugazioni. Rimane sempre la bellezza di Riccione, l’affabilità dei suo abitanti, i tortellini fatti dall’arzdora, il Sangiovese delle colline, l’eleganza di viale Ceccarini e dei suoi prestigiosi negozi. Il sindaco e i suoi amministratori oggi parlano di riqualificazione della sempre attraente stazione balneare in cui è ancora possibile ammirare un bel lato B, passeggiare sui moderni lungomare, orgoglio e vanto di questa seducente città che nel pieno dell’estate diventa una metropoli festosa e pirotecnica, ancor capace di calorosi abbracci e d’incantevoli dondolii.</p>
<p style="text-align: justify;">
Valentino Fioravanti<br />
giornalista scrittore</p>
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		<title>Speedway a Riccione</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 08:40:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La Romagna ha la fama d’essere da sempre fortemente legata al motociclismo, al punto che si può affermare che “e mutor” è inteso come un mezzo dotato d’una vera e propria anima. Inoltre è opportuno rammentare che più piloti, in tempi diversi, hanno tenuto alto il nome di questa antica regione italiana, riscuotendo prestigiosi successi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La Romagna ha la fama d’essere da sempre fortemente legata al motociclismo, al punto che si può affermare che “e mutor” è inteso come un mezzo dotato d’una vera e propria anima. Inoltre è opportuno rammentare che più piloti, in tempi diversi, hanno tenuto alto il nome di questa antica regione italiana, riscuotendo prestigiosi successi nei circuiti di tutto il mondo. A tal proposito, anche Riccione può vantare una discreta tradizione risalente agli anni Venti del Novecento, ed all’incirca al tempo in cui la nostra città pervenne all’autonomia comunale (1922). Le prime competizioni si tennero in un “arcaico” tracciato realizzato all’interno dell’’ingar’(dall’inglese “hangar”), espressione dialettale con cui i riccionesi identificano l’area che fu utilizzata come aviorimessa negli anni della Grande Guerra. Questa zona, ora sede del Luna Park estivo, ha rappresentato per Riccione uno spazio “polivalente”, dato che negli anni successivi al conflitto, e sino agli anni Sessanta dello scorso secolo, ha accolto diversi sport, tra cui motociclismo, ciclismo, calcio, ippica, ed altresì manifestazioni operistiche. Il cosiddetto ‘ingar’, è stato un importante luogo di aggregazione per la comunità locale, come i riccionesi meno giovani ben ricordano. Escluse le rare persone tuttora in vita, che assistettero a quelle spericolate esibizioni, appare opportuno sottolineare che questo sito, intorno agli anni Trenta, ha ospitato gare di speedway. Questa specialità motociclistica si effettuava su piste ovali in terra della lunghezza minima di 340 metri e massima di 420 metri. Il fondo poteva essere di natura diversa: o solo terra, oppure sassi, sabbia o ghiaia. L’origine di questo sport è dubbia, anche se i più ritengono che sia sorto in Australia nel secondo decennio del Novecento. In Italia venne importato da Adolfo Marama Toyo (Fiume ? – Trieste, 30 maggio 1946), un marinaio istriano, divenuto poi famoso pilota e progettista di motori, che aveva conosciuto questo genere di gare nel corso dei suoi viaggi in Australia. Marama Toyo, è il nome d’arte di un audace e “geniale” appassionato di meccanica, nato nell’allora italiana Fiume, da una famiglia di origini egiziane, probabilmente nel primo decennio del secolo scorso. Poco si sa della sua vita, a causa degli eventi che hanno preceduto e seguito l’esodo istriano. Sembra che il suo nome fosse Toyo, a cui egli stesso aveva aggiunto il soprannome datogli dai tifosi, di ”Marama”, che in lingua istriana significava “foulard”: ovvero il fazzoletto colorato che contraddistingueva i piloti di speedway. Scarne note scritte attestano la presenza nella nostra città di questo centauro, intorno alla seconda metà degli anni 30. Sicuramente venne a Riccione con lo scopo di lanciare quelle moto dalla stranissima foggia, indispensabili per poter praticare questa nuova specialità, in una terra, la Romagna, dove il motociclismo riscuoteva già un grande interesse di pubblico. Stando al ricordo, ancor oggi vivo di Fulvio Bugli, bagnino riccionese che assistette da ragazzo a quel genere di competizioni, Riccione accolse entusiasticamente questa nuova attività agonistica, e Marama Toyo si sarebbe esibito sulla pista sterrata dell’’ingar’ intorno agli anni 1932-36, rivaleggiando soprattutto con altri due piloti: Plinio Galbusera, ed un certo Gambi. Merita di essere riportato un particolare curioso, rimasto nella memoria di Bugli, secondo cui il pilota fiumano, dall’originale codino alla Roberto Baggio, prima della partenza si riempiva la tuta di una notevole quantità di talco: quasi sicuramente poteva trattarsi di un espediente per attutire il colpo in caso di cadute. La pista veniva recintata, ed alle gare che si effettuavano in primavera, assistevano alcune centinaia di tifosi paganti. I concorrenti, che guidavano quei motori alimentati con alcol metilico ed olio di ricino, sprovvisti di freni per poter derapare nelle curve, erano dotati della “scarpa di ferro”, a protezione del piede. Seguaci appassionati di questa specialità, furono i riccionesi Ruggero Papini e Gastone Berardi, un tempo ben noti agli amanti delle due ruote. Fu durante una corsa, che Marama Toyo conobbe Plinio Galbusera, creatore e titolare dell’omonima azienda bresciana, all’epoca unica casa produttrice in Italia di motociclette da speedway. I due divennero amici ed il pilota istriano decise di sottoporre al costruttore la sua idea di realizzare una moto da strada spinta da un motore 2 tempi con 8 cilindri a V. L’idea di Marama Toyo era talmente fantascientifica per quegli anni, che se l’avesse proposta a qualche affermata fabbrica motociclistica, lo avrebbero preso per pazzo. Così non la pensava Galbusera, che mise a disposizione del progetto le misere risorse tecniche della propria azienda. In uno solo anno di febbrile lavoro, l’8 cilindri a V da 500 cc, ottenuto dall’accoppiamento di due unità a 4 cilindri e con il cambio posizionato fra di esse, fu progettato e realizzato, sollevando un notevole interesse al salone di Milano del 1938. Lo sviluppo per la produzione del motore venne interrotto dall’avvicinarsi del secondo conflitto mondiale e, al termine della guerra, l’impresa fu abbandonata definitivamente a causa dei bombardamenti che avevano distrutto la Galbusera e, soprattutto, in conseguenza della scomparsa di Toyo, avvenuta il 30 maggio 1946 durante una gara sul circuito di Trieste. Anche il motore è andato perduto e ne rimangono solo le foto scattate al Salone di Milano, unitamente alla vasta eco della stampa dell’epoca. Marama Toyo e Plinio Galbusera, rappresentano due singolari interpreti di un motociclismo “pionieristico” e “romantico”, che con le loro funanboliche prestazioni e fantasiose idee meccaniche, hanno contribuito a tener viva e desta, anche a Riccione, quella passione e devozione per e “mutor”, che ha accomunato, e tuttora accomuna, tanti romagnoli.</p>
<p>Fosco Rocchetta</p>
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		<title>Il mitico Vallechiara</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 08:21:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il mitico Vallechiara di Spadini e Bezzi ricordato da Luciano Luzzi e “Lallo” Spadini
Così è nato lo storico dancing Vallechiara nel cuore di Riccione nel lontano 1946 con l’ingresso in viale Ceccarini. In origine dava accesso al giardino con annessa villa di proprietà della Sig.ra Marianna Ceccarini in Salvatori che io ho avuto il piacere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il mitico Vallechiara di Spadini e Bezzi ricordato da Luciano Luzzi e “Lallo” Spadini</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così è nato lo storico dancing Vallechiara nel cuore di Riccione nel lontano 1946 con l’ingresso in viale Ceccarini. In origine dava accesso al giardino con annessa villa di proprietà della Sig.ra Marianna Ceccarini in Salvatori che io ho avuto il piacere di conoscere. Persona amabilissima e generosa, tanto generosa che si offrÏ di donare il proprio giardino gratuitamente ai Sig.ri Ebo Bezzi (Baffiti) e Luigi Spadini per farne un locale da ballo. Nasce così il dancing Paradiso, questo il nome alle origini. Spadini, che allora faceva il cameriere al Zanarini, avendo famiglia e figli si preoccupò di non perdere il posto nel caso le cose non fossero andate al meglio, e in sua vece affiancò come direttore Arrigo Semprini, divenuto dopo anni proprietario dell’Embassy di Rimini. La dinamicità di Ebo Bezzi e la pacatezza di Luigi Spadini, amici carissimi che ricordo con tanto affetto, fecero nascere il locale in breve tempo e, come succedeva ai quei tempi, con poco denaro. Tutti i locali di allora erano assai piacevoli di notte e un disastro di giorno; tutto giocava sulle luci, il verde e le stelle facevano il resto. Si cominciò a eliminare una parte di alberi per far posto alla pista da ballo, mentre quelli attorno vennero tagliati lasciando il tronco abbastanza alto da farne base per  i tavolini inchiodandoci sopra una tavola rotonda. Semplice modo per risparmiare sull’arredo. Tranne la pista tutto il locale era coperto di ghiaia e si doveva solo sperare nel bel tempo altrimenti saltava la serata. Il locale decollò molto bene, l’ottima posizione, la cordialità e la simpatia tipica romagnola dei gestori favorì la riuscita. L’anno seguente, 1947, Ebo Bezzi si ritira per avviare la pizzeria del Gallo, al posto suo arriva Bisio che poi aprirà il dancing Florida. L’allora parroco di San Martino, Don Montebelli, pregò Spadini di cambiare nome al locale, ritenendo il nome Paradiso non molto rispettoso per un locale da ballo. A quei tempi si cercava di accontentare tutti, tanto più la chiesa, così il caro Gigetto (tutti lo chiamavano così) decise di accontentare il Don. Furoreggiava allora un film musicale americano dal titolo “Serenata a Vallechiara” che, ahimè, io ricordo. L’interprete era la famosa pattinatrice Sonia Henye e l’interprete maschile credo fosse Tyrone Power. Così Spadini decise che il locale si sarebbe chiamato “Vallechiara”. Di anno in anno vennero apportate migliorie tali da renderlo molto accogliente e sempre frequentatissimo, specie da un pubblico giovane. Cominciò così la gara fra i locali da ballo per avere i più importanti personaggi dello spettacolo in voga. Nel 1949 al Vallechiara si esibì un giovanissimo Paolo Bacilieri divenuto in seguito famoso cantante del programma televisivo “Il Musichiere” condotto dal grande Mario Riva. L’incubo della guerra si era allontananato e tutto sembrava facile anche se così non era, si facevano debiti che, fortunatamente, il lavoro estivo saldava.Nel 1957 Spadini, ormai da tempo unico gestore, ingaggia l’orchestra di Corrado Bezzi, la cantante è una graziosa brunetta di nome Teresa, dotata di una bella voce. Pensate che io ho avuto il piacere di conoscerla ancora ragazzina (appena quattordicenne) che cantava al passo del Furlo. Da studente a Urbino andavo con gli amici in estate a ballare sulla terrazza in riva al fiume. La brunetta Teresa diventerà poi la moglie di Silvano (Lallo) Spadini uno dei figli di Gigetto. Nel 1958 l’orchestra Bezzi arriva a Riccione al Vallechiara con due nuovi cantanti, Tilde Natili e Renato Sambo, due veri talenti e grandi voci, un complesso musicale eccezionale. Renato Sambo era anche un bel ragazzo e fece strage di cuori. Le donne impazzivano e il locale era sempre affollatissimo. Tilde Natili sposata al musicista Romano Frigeri, virtuoso violinista, diventerà poi, all’epoca dei noti urlatori, la famosa Jenny Luna, che negli anni 60 spopolavano in TV. Ricordiamo la prima Mina, Tony Dallara, Betty Curtis e Celentano. Il M. Carlo Alberto Rossi di Rimini recentemente scomparso, grande amico del nostro Gigetto e fondatore a Milano della casa discografica Juke-Box, propone all’amico serate con cantanti in voga in quel periodo, così attrazioni con personaggi come Nilla Pizzi, Carla Boni, Natalino Otto, Duo Fasano, Achille Togliani, Flo Sandons, Modugno, Jula de Palma, Milva, Ornella Vanoni, Caterina Caselli, Fidenco, Massimo Ranieri, Rita Pavone e tanti altri. Negli anni 60 fu il boom di tutti i locali da ballo, ci si arrivava a piedi, senza dover prendere l’auto e il ritorno in hotel o a casa diventava una piacevole passeggiata elegante, le signore in abito da sera e gli uomini in giacca e cravatta. Il Vallechiara, ancora una volta rinnovato, conobbe il suo massimo splendore. Ricordo il direttore Virgilio Tosi, esemplare il suo modo di ricevere i clienti. Le signore venivano da lui, impeccabile nel suo smoking, accompagnate al tavolo con garbo. Le attrazioni del momento furono nomi internazionali, Aznavour, Caterina Valente, Neil Sedaka, le gemelle Kessler, Lola Falana, Piergiorgio Farina, Nini Rosso e Mia Martini. Presentavano tutte le sere i giovani Daniele Piombi, Alvaro Alvisi, Mario Alani e orchestre ricercatissime come Paolo Zavallone, Narciso Parigi, Lello Tartarino, Gualdi, Raf e Ciato, Righi Saitto e Tullio de Piscopo. Memorabili le serate con Gigi Sabani,  Alighiero Noschese, i più grandi imitatori del momento. Le sfarzose sfilate di moda con la direzione di Luciano Grasso di Torino che con splendide modelle e modelli, a indossare i meravigliosi abiti, ha fatto sognare le più eleganti signore ospiti di quelle serate al Vallechiara. Gli uomini non avranno dimenticato facilmente Teresa, Barbara,  Amanda le indossatrici che ho avuto il piacere di fotografare anche fuori dal locale e il fatto che io ne ricordi ancora il nome significa che erano veramente belle. Si può affermare che il Vallechiara ha avuto il privilegio di ospitare la migliore clientela nel periodo più vivace delle estati riccionesi quando tutto era in crescita, quando i locali da ballo erano per giovani e meno giovani. I tempi cambiano e non sempre in meglio, e il modo diverso di divertirsi ha portato alla chiusura di questi locali tipici dove si ballava sotto le stelle, con musica soft, che ha fatto innamorare tanti villeggianti e nostrani vitelloni. Nel 1973 la gestione Spadini cessa di esistere e subentrano Galanti, Masini e il direttore Galeazzo. Una parte del giardino diventa discoteca, le stelle non si vedono più, si va avanti per un pò fino alla fine. Peccato!</p>
<p style="text-align: justify;">Luciano Luzzi</p>
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		<title>Primo gelataio</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 15:06:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Peppino il primo gelataio di Riccione
Nel 1920 arrivò a Riccione la Fam. Pompei composta da sei persone: Giuseppe (Peppino), sua moglie Rosa Camangi e i loro quattro figli: Luigi di 18 anni, Carola di 15 anni, Pompeo di 13 anni e Stefano (Nino) di 2 anni. Arrivarono da Imola dove Giuseppe lavorava come infermiere all’Ospedale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Peppino il primo gelataio di Riccione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1920 arrivò a Riccione la Fam. Pompei composta da sei persone: Giuseppe (Peppino), sua moglie Rosa Camangi e i loro quattro figli: Luigi di 18 anni, Carola di 15 anni, Pompeo di 13 anni e Stefano (Nino) di 2 anni. Arrivarono da Imola dove Giuseppe lavorava come infermiere all’Ospedale Psichiatrico dopo essere stato per tanti anni nel corpo militare della Cavalleria, per curare la moglie Rosa, corsista lirica, con “pura” acqua di mare. Andarono ad abitare all’incirca all’altezza del Mulino Ronci in una piccola casa a poco prezzo. Giuseppe era un uomo intelligente, pieno di estro e buona volontà, aveva imparato diversi mestieri fra cui il gelataio e perciò per mantenere la sua numerosa famiglia, pensò di iniziare una piccola e modestissima attività di gelateria ambulante. Con il suo carrettino percorreva in estate le vie di Riccione dall’Alba all’Abissinia; la gente lo aveva soprannominato “gelatin“. Ma in inverno i gelati non si vendevano, decise allora, di fare un altro mestiere che aveva imparato molto bene, il calzolaio e ora, oltre a” gelatin” lo chiamarono anche “ciabatin”. Quando a Riccione si parlava della moglie si diceva la Rosa “ad gelatin” o la Rosa “ad ciabatin” e tutti sapevano che era la stessa persona. Giuseppe Pompei era toscano, di Sarteano in provincia di Siena e ne era fiero ma si affezionò tanto a Riccione che decise, assieme alla moglie, di restarvi per sempre e di questo amore verso il paese fu ricompensato soprattutto nei momenti più tristi e più infelici, attraverso l’aiuto materiale, la solidarietà, l’amicizia e la condivisione dei Riccionesi.</p>
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