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	<title>Famija Arciunesa &#187; Personaggi</title>
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	<description>Famija Arciunesa</description>
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		<title>Don Carlo Tonini</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 09:14:13 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[133 anni fa moriva don Carlo Tonini,
un instancabile promotore di Riccione.
E con 50 bambini bolognesi nasceva il turismo sociale
Don Carlo Tonini nasce a Rimini nella Parrocchia di S. Agnese nel 1807. A nove anni è già in seminario, orfano di entrambi i genitori, con due sorelle ed un fratello più giovane nella miseria più nera. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>133 anni fa moriva don Carlo Tonini,<br />
un instancabile promotore di Riccione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E con 50 bambini bolognesi nasceva il turismo sociale</em></p>
<p style="text-align: justify;">Don Carlo Tonini nasce a Rimini nella Parrocchia di S. Agnese nel 1807. A nove anni è già in seminario, orfano di entrambi i genitori, con due sorelle ed un fratello più giovane nella miseria più nera. Il padre Francesco e la madre Caterina Mercatelli, morirono probabilmente di stenti, erano anni di grandi carestie, con gli eserciti di mezza Europa che si inseguivano lungo la Penisola e a questo bambino pio ed intelligentissimo, sebbene poco dedito allo studio, tale orribile sorte venne evitata per l’intercessione del parroco Don Gaetano Frioli e la benevolenza del vescovo Monsignor Valfardo Ridolfi che gli permisero l’accesso gratuito in seminario. E’ nominato parroco a Riccione nel ‘32 a 25 anni. Il suo è un tempo difficile, intervengono mutamenti di ordine economico e sociale, tali da far cadere in profonda crisi l’economia extragricola della parrocchia. Siamo nel 1850 e, contrariamente a quanto si possa credere, la metà della popolazione si dedica ad attività non agricole e tale popolazione è concentrata nella fascia a mare e soprattutto lungo la via Maestra (C.so F. Cervi); là sono attive tre locande, le stalle per il cambio dei cavalli, attività legate all’indotto commerciale delle produzioni dell’entroterra, in quanto solo in quel punto queste possono confluire su una strada di collegamento. Riccione è in posizione strategica, fuori della cerchia urbana, è il passaggio obbligatorio di tutte le merci e persone che dalla legazione delle Romagne attraverso l’Emilia e l’Adriatica vogliono confluire verso Ancona seguendo l’Adriatica stessa, oppure il Furlo e Roma seguendo la Flaminia, la distanza da Bologna e da Ferrara è tale da obbligare il cambio dei cavalli. C’è fermento anche in agricoltura, sulla base del catasto Calindri, si imponevano le imposte al terreno non in base al reddito ma alle redditività potenziali, costringendo i grandi proprietari terrieri ad aumentare le produzioni e a bonificare le ultime paludi a monte della Flaminia. I «casanoli» ebbero lavoro continuativo per bonificare la piana della Colombarina e quella di Fagnano. II predecessore di Don Tonini, Don Pietro Grandicelli censisce attorno al 1830, 800 persone, il sucessore, Don Luigi Bugli, 1300. Quanto sopra detto toglie il paese dall’indecenza: la mortalità infantile non è più al 50% e la vita media a 23 anni come prima del ‘30. Si forma a Riccione anche la nuova borghesia locale, che timidamente si affianca all’aristocrazia terriera riminese. II capomastro Giovanni Mazzocchi alloggia 14 famiglie nelle sue case, Francesco Papini agricoltore e commerciante acquista una barca al parone Settimio Mercatelli, il figlio Giovanni finanzierà la prima colonia al mare a capitale riccionese. Don Tonini riprende la parrocchia alla fine di questo periodo, c’era già stato dal ‘32 al ‘37, prima d’essere chiamato in duomo, ritorna nel’48 per restare fino alla morte avvenuta trent’anni esatti dopo. Viene richiamato per far dimenticare la triste esperienza di Don Antonio Fiorani Ronci, che venne addirittura espulso e processato, e per gestire un periodo difficile della chiesa e della comunità parrocchiale. Dal ‘48 al ‘60 l’instabilità politica e il brigantaggio rallentavano i traffici, una serie di naufragi con perdite di barche e molte vite umane fa maturare nei padroni delle barche migliori la volontà di trasferirsi. La foce del Melo non dà garanzia; non si esclude anche una riduzione dei mercati, la fine delle bonifiche lascia i «casanoli» senza lavoro continuativo. Ma il colpo mortale avverrà nel ‘61 &#8211; un anno dopo l’unificazione &#8211; quando la ferrovia costruita a tempo di record azzera il lavoro della Flaminia. Bologna è città d’Italia, può comunicare con il sud anche attraverso la Toscana e allacciare rapporti commerciali liberi col nord, Roma è isolata e in definitiva Riccione è tagliata fuori. Don Tonini non s’arrende, fa della risoluzione dei problemi economici dei suoi parrocchiani il motivo terreno della sua missione. Inizia col far progettare la palificazione del Melo, ma non trova i finanziamenti, pur cercandoli ovunque. Ci penserà la Ceccarini nel 1897, 19 anni dopo la sua morte, stanziando le 60.000 lire che necessitano. Questa sconfitta non lo ferma, va spesso in biblioteca a Rimini, è un buon storico, sa dove e come cercare, s’informa su tutto ciò che può destare le sue curiosità, compresa quella benedetta macchina a vapore che ha permesso la ferrovia. Si prefigge un secondo obiettivo, far fermare il treno al casello di Riccione: solo attraverso i collegamenti sarà possibile cercare un’attività ai suoi paesani. Va a Torino, va a Firenze, muove tutte le persone influenti che può. Non sappiamo cosa abbia potuto raccontare in quelle sedi, sappiamo di certo che la prima fermata di un treno omnibus è autorizzata nel 1865 quale prova. Dal numero dei passeggeri, si vedrà se sarà il caso di tenerla o sopprimerla: un passeggero al casello di Riccione c’era sempre, era Don Tonini- che a sue spese faceva il pendolare con Rimini. Ottenuti i collegamenti, c’era da trovare una nuova attività e qui è la sua grandezza. Dalle sue letture sa che in Europa ci sono studi attorno alla cura di una malattia dei nodi linfatici della scrofola, la terapia migliore è lo iodio contenuto nell’acqua di mare. A Bologna si è formato un comitato con lo scopo di inviare i bambini al mare, il nostro parroco ne forma uno a Riccione, ne diventa vicepresidente prende contatti con Bologna e nell’estate del 1867 cinquanta bambini ammalati di quella provincia iniziano ufficialmente il turismo riccionese, ospiti delle nostre migliori massaie, divisi in base all’età ed al tipo di linfatismo. La retta è di 2,30 lire giornaliere, il trasporto al mare su carri trainati dai buoi, lungo la carraia Viola dell’Insegna. Assistente e ‘animatore culturale’ gratuito l’onnipresente Don Tonini. A questo gruppo ne seguì un secondo di 57 bambini e l’ispettore inviato da Bologna, dottor Verardini, rimase stupefatto dall’efficienza e dallo zelo dei riccionesi: probabilmente non sapeva che c’era una tradizione di secoli lungo la Flaminia in quanto ad ospitalità di viaggiatori e pellegrini. Dietro i bambini vennero i genitori e chi altro, dando origine al turismo balneare. I riccionesi alla sua morte lo definirono «il precursore del movimento dei ferrovieri», di lui sopravvivono i suoi diari ed un libro divulgativo scritto nel 1868 «Cenni sul paese di Riccione e i suoi bagni marittimi di Don C. Tonini, parroco di detto luogo» citato dal Borghi ma irreperibile. Quello che stupisce maggiormente è che è ancora vivo il suo operato nella memoria storica dei riccionesi. E’ tempo di onorare la memoria a 133 anni dalla morte di questo sacerdote dedicandogli qualcosa di veramente importante, non solo si salderebbe un debito di riconoscenza ma si mirerebbe anche al recupero della nostra storia.</p>
<p style="text-align: justify;">
Alberto Ciotti</p>
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		<title>Omar Montanari</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 09:08:05 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Omar Montanari: dalle Fontanelle a Salisburgo… tutto d’un fiato
Se è vero che la musica classica è il più grande e raffinato strumento di comunicazione, Omar Montanari ne è la prova reale. Giovane baritono, dalle grandi qualità interpretative, nato a Riccione, cresciuto “orgogliosamente” nel quartiere Fontanelle, dall’inizio della sua carriera ha contribuito immediatamente a portare alto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Omar Montanari: dalle Fontanelle a Salisburgo… tutto d’un fiato</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che la musica classica è il più grande e raffinato strumento di comunicazione, Omar Montanari ne è la prova reale. Giovane baritono, dalle grandi qualità interpretative, nato a Riccione, cresciuto “orgogliosamente” nel quartiere Fontanelle, dall’inizio della sua carriera ha contribuito immediatamente a portare alto il nome della città in tutto il mondo. Tutto comincia per Omar intorno agli undici anni, ascoltando per caso un vecchio disco in vinile, “Il Trovatore” di Giuseppe Verdi, “fu un vero e proprio colpo di fulmine”. Diplomato poi al Conservatorio Rossini di Pesaro in canto lirico, nel 2000 debutta con successo all’Auditorium della città marchigiana. Una parabola in ascesa la sua, dopo la vittoria al Concorso Europeo di Spoleto nel 2000 per giovani cantanti lirici, i più grandi teatri del mondo lo hanno visto calcare le scene con oltre 30 opere in repertorio, entusiasmando e appassionando gli ascoltatori. Una voce capace di “mettere le ali”  ma anche animo sensibile e modesto, è quel che viene da pensare immediatamente quando lo si incontra. Il 13 maggio ha ricevuto il premio internazionale Gianni Poggi quale migliore interprete esibitosi negli ultimi due anni al teatro Municipale di Piacenza. L’autorevole riconoscimento, che prima di lui avevano ricevuto grandi della lirica, ha coinciso con il debutto al Festival di Salisburgo, uno degli appuntamenti culturali più significativi in tutto il mondo, in una produzione di grande prestigio: “I due Figaro o sia il soggetto di una commedia”, sotto la direzione del maestro Riccardo Muti, opera che verrà riproposta a Madrid il prossimo anno. Un  bel traguardo per il cantante riccionese, che fa apparire l’episodio come la cosa più naturale al mondo. Omar comunque riparte sempre dalla musica: tantissimi gli appuntamenti, con la fierezza di riuscire a coniugare la propria voce con i dettami dell’interpretazione.Un grazie a Omar Montanari per rappresentare così bene la nostra città e la musica: il linguaggio universale che unisce gli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">
Cinzia Bauzone</p>
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		<title>Don Pietro</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 09:07:00 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Don Pietro ha lasciato Riccione Era la “Quercia” dell’ospedale
Durante la messa pomeridiana di domenica 27 giugno, don Pietro Cannini (classe 1919) si è congedato dal “Ceccarini”, dov’era cappellano dal 1952, e ha ceduto il testimonial a don Angelo Rubaconti, parroco di Misano. Dopo mezzo secolo il granitico sacerdote si è trasferito nella Casa del Clero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Don Pietro ha lasciato Riccione Era la “Quercia” dell’ospedale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Durante la messa pomeridiana di domenica 27 giugno, don Pietro Cannini (classe 1919) si è congedato dal “Ceccarini”, dov’era cappellano dal 1952, e ha ceduto il testimonial a don Angelo Rubaconti, parroco di Misano. Dopo mezzo secolo il granitico sacerdote si è trasferito nella Casa del Clero a Rimini per godersi il meritato riposo. Un passo obbligato, ma davvero sofferto per l’anziano sacerdote che, nonostante i suoi 92 anni, con passo lesto e felpato, si aggirava ancora tra un reparto e l’altro, offrendo assistenza spirituale e conforto sempre con massima discrezione e umiltà. L’ospedale per don Pietro era ormai diventato la sua casa. Qui svolgeva il suo apostolato e qui viveva con l’essenziale in un piccolo locale all’ultimo piano. Nato a Vecciano (Coriano), dove sono venuti alla luce anche gli altri suoi dieci fratelli, ha cantato messa nel 1952. E’ stato cappellano per due anni a Scacciano (Misano), e per altri quattro nella parrocchia di San Martino, finché nel 1960 è entrato per sempre al “Ceccarini”. Dirigenti, medici, infermieri, operatori e autorità, assieme ad alcuni semplici cittadini e al direttore dell’ospedale Romeo Giannei, hanno salutato lo storico cappellano nel corso di una cerimonia ad hoc. Con un tenue sorriso don Pietro ha esordito, dicendo: “Voglio fare un duplice ringraziamento. Il primo, verticale,va a Dio che mi ha conservato la vita così a lungo e mi ha dato tanti doni per condurre la missione evangelica. Ho trascorso la mia vita prima per i bambini, poi per i poveri, gli anziani e gli ammalati, qui in ospedale, e quando c’era bisogno, a Casa Serena. Il secondo grazie, orizzontale, va alle persone. I miei sessant’anni di sacerdozio li ho spesi in comune collaborazione, mai uno screzio con nessuno. In questo ospedale ci siamo sempre aiutati reciprocamente in tutto e con rispetto”. Parole confermate dalle numerose e toccanti testimonianze anche “Don Pietro è stato una presenza amorosa per malati e medici. La mattina alle 6 l’ho visto tante volte, con il Santissimo sacramento, in giro per le camere a portare la comunione”, ricordo il cardiologo Pierangelo Del Corso. “Alle 7 ci davamo subito il buongiorno in ascensore, questo mi mancherà!”, esclama il primario Luca Garulli. La collega Marina Gambetti ricorda i tragici incidenti, quando non si trovava il coraggio di comunicare i decessi dei giovani ai genitori “mi chiudevo nel Pronto soccorso e chiamavo don Pietro, per darne notizia insieme e offrire un po’ di conforto”, racconta. “Don Pietro per la sua umanità è stato un punto di riferimento prezioso per il malato che, spesso, ha bisogno di una parola in più e di una medicina in meno”, testimonia il primario Andrea Grossi. “Ho compiuto trent’anni di “Ceccarini” da poco e posso ben dire che don Pietro è stato una presenza che ci ha accompagnato sempre e ovunque, encomiabile!”, fa eco il medico Manlio Sanseverino. Poi la nota di Gloria Monticelli. “Conosco don Pietro dal 1980 – conclude &#8211; è stato un aiuto importantissimo, soprattutto di notte, quand’eravamo soli con una trentina di persone e si temeva il decesso, lui ci aiutava in tutto”. A don Pietro va il grazie dell’intera città e anche di Famija Arciunesa.</p>
<p style="text-align: justify;">
Nives Concolino</p>
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		<title>Zuchira e i Furnarèin</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 08:47:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>famijarciunesa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[QUANDO GLI IDEALI NON SI CALPESTAVANO
Aldo era un uomo vicino ai quarant’anni che viveva da solo giù a Marina, in una casetta bassa, seminascosta da cumuli di terra, alla quale si accedeva da una minuscola porticina. Tra quegli avvallamenti aveva ricavato, con cura e sapienza, vari orticelli che coltivava, a seconda delle stagioni, a pomodori, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>QUANDO GLI IDEALI NON SI CALPESTAVANO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Aldo era un uomo vicino ai quarant’anni che viveva da solo giù a Marina, in una casetta bassa, seminascosta da cumuli di terra, alla quale si accedeva da una minuscola porticina. Tra quegli avvallamenti aveva ricavato, con cura e sapienza, vari orticelli che coltivava, a seconda delle stagioni, a pomodori, cavolfiori, insalata e quant’altro gli fosse gradito. Dietro casa, protetto da fitti arbusti che lo celassero agli occhi indiscreti di possibili ladruncoli, un bel pollaio, dispensatore quotidiano di uova e riserva di carni bianche. In tale maniera il suo sostentamento non dipendeva da nessuno e per i suoi “vizietti” rimediava qualche soldo grazie a saltuari lavoretti di fatica presso le villette dei “S-gnur” (quei villeggianti possessori di belle abitazioni sul mare). Questo sistema di vita, non usuale nel paese, gli aveva procurato un soprannome altrettanto inusuale: Zuchira. In ciò paragonandolo al grillo talpa, l’insetto grosso quanto un dito che scava gallerie nella terra. Questo quadretto non deve però trarre in inganno sulle qualità di “Zuchira” che non era un sempliciotto. Da giovane aveva studiato e il gusto della lettura era ancora ben vivo in lui. La politica era quasi un’ossessione ed ora combatteva  una crisi profonda, odiava il fascismo e non sapeva mascherarlo; di conseguenza spesso era nei guai visto che esprimeva a voce alta i suoi ideali. Schedato dalla polizia, era tra quei tre/quattro“elementi-pericolosi “che il regime fascista chiudeva in gattabuia, in via cautelativa, ogniqualvolta il Duce era presente a Riccione. Il fatto che vi narriamo avvenne in una notte d’estate. Mussolini, richiamato d’urgenza a Roma, era partito nel pomeriggio dando così il via libera alla scarcerazione dei “probabili attentatori”. “Zuchira”, aveva preso l’abitudine in quelle occasioni di andare a sfogare l’ira repressa in una osteria del Paese vecchio, dove aveva modo di scambiare quattro chiacchiere e affogare le cocenti delusioni in “robuste” bevute. Quest’ultima costrizione in particolare (tre giorni della sua vita”regalati” all’odiato Duce), lo aveva così abbattuto nel morale che la sbornia superò ogni suo precedente limite. Barcollando comicamente, solo al terzo tentativo riuscì a cavalcare la sua sgangherata bicicletta (il piede destro non ne voleva sapere di rimanere sul pedale) e infilare il viottolo che confluiva “tla Viola” cioè in Viale Maria Ceccarini. Seguire una linea dritta pedalando e smoccolando non era facile; così, dopo aver evitato due alberi per puro miracolo s’inabissò nel fosso. La bici imbizzarrita fece una capriola e gli piombò su testa  e torace un attimo dopo il cruento contatto del suo deretano con alcuni sassi cosicché al primo urlo di dolore come un’eco rispose il secondo. Subentrarono attimi di silenzio, la ferraglia del velocipede, causa i fumi dell’alcol, rappresentava le sbarre della prigione bloccando il fiato nei polmoni&#8230;poi l’aria uscì di colpo “ Aiuto&#8230;dèm una mèna&#8230; a so sguilì, a so tòt ciachèd&#8230;” (Aiuto..datemi una mano&#8230; sono scivolato, sono tutto ammaccato)&#8230;il tempo trascorreva lento e nessuno rispondeva alle sue sempre più flebili richieste di soccorso&#8230;poi, all’improvviso la bicicletta si leva in aria quasi fosse un uccello&#8230; ”Chi èl? iutim&#8230;trim fura d’iché&#8230;.” (Chi è? Aiutatemi&#8230; tiratemi fuori da qua)&#8230; e si sentì afferrare da quattro braccia&#8230;appoggiò i piedi in terra e volgendosi ai due&#8230;” Av ringrezie&#8230; a s’era propria mès mèl&#8230; s’am’acumpagnè ma chèsa av dagh dò pivaroun e quatre mlanzène e magari ènca agl’ove fresche” (Vi ringrazio &#8230;ero messo proprio male, se mi accompagnate a casa vi regalo due peperoni e quattro melanzane e magari anche le uova fresche).” Nessun problema signore, contenti di averla aiutata” disse il primo. “E non occorre che si disturbi” proseguì il secondo. Allora li osservò attentamente nonostante il buio del luogo: ragazzotti ben piantati, vestiti di scuro, capelli impomatati, &#8230;in un istante si accese la luce! “Mo vuèlt a sì i Furnarèin*! Vigliaca tera putèna&#8230; arbutim giò un’ènta volta&#8230; sòbte!” (Ma voi siete gli “scarafaggi”! Vigliacca terra puttana, rigettatemi giù un’altra volta, subito!) Poi, viste le facce stupefatte dei due, agì d’impulso. “A fac da par me” (Faccio da solo) e in un tuffo fu di nuovo nel fosso, si tirò la bici addosso ed esclamò: “Grazie listès, aspét dmatèina, quand e pasarà e carèt de latèr, l’è un mi amigh! ”(Grazie comunque, aspetto domattina, quando passerà il carretto del lattaio, è un mio amico) &#8230;e s’addormentò.</p>
<p style="text-align: justify;">
G.L.M.</p>
<p><em><strong>*Furnarèin= Scarafaggio, bacherozzo</strong><br />
Dall’umidità delle cucine e delle cantine spuntano numerosi. A Riccione, durante il fascismo, erano così chiamati i poliziotti incaricati di vigilare sulla “sacra” vita di Mussolini. Numerosi e neri, sbucavano fuori da ogni dove appunto come gli scarafaggi.</em></p>
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		<title>Addio a &#8220;Pirulèin&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 08:26:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>famijarciunesa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Addio a”Pirulèin”, una vita sul mare
La Riccione del Porto ha perso uno dei suoi personaggi più carismatici. Lo scorso due aprile Gino Tomassini, per tutti “Pirulèin”, alla soglia degli 89 anni, ha lasciato il molo per guardare il suo amato mare dall’alto dei cieli. Nato da  parto gemellare (la sorella Gina é scomparsa nel 1991) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Addio a”Pirulèin”, una vita sul mare</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La Riccione del Porto ha perso uno dei suoi personaggi più carismatici. Lo scorso due aprile Gino Tomassini, per tutti “Pirulèin”, alla soglia degli 89 anni, ha lasciato il molo per guardare il suo amato mare dall’alto dei cieli. Nato da  parto gemellare (la sorella Gina é scomparsa nel 1991) il 19 ottobre 1922,  ha legato indissolubilmente tale avvenimento alla storia della sua città. Il fatto di essere venuto alla luce lo stesso giorno che vide la proclamazione dell’autonomia amministrativa di Riccione, finalmente emancipato da Rimini dopo annose proteste e una sorta di insurrezione che poco mancò spargesse sangue, ne ha sancito il diritto di essere il nato “numero uno” nella Perla verde. Il primo respiro di Gino è stato rafforzato dall’aria marina, visto che la casetta dei suoi genitori si affacciava sul porto canale e la salsedine lo ha “alimentato”per il resto della sua esistenza. Figlio di Augusto, esperto pescatore, si è cibato, sin dall’adolescenza, dei racconti dei marinai che solcavano l’Amarissimo. L’attrazione per quello spazio in eterno movimento, che solo la misteriosa riga blù divideva dal cielo, creava in Gino tali irrefrenabili desideri di avventure da spingerlo a nascondersi, ad ogni situazione a lui favorevole, nella barca del babbo per saltare fuori solo al largo. Giorni tristi furono quelli seguenti il naufragio della “Bruna”, la motobarca dei fratelli Tomassini-  Augusto e Secondo (padre e zio di Gino)- considerata l’ammiraglia della marineria riccionese. Mentre il primo si salvò per non essere tra i membri dell’equipaggio, l’altro perì coi quattro compagni di pesca nella terribile tempesta che squarciò la notte del 17 gennaio 1929. Gino ne fu alquanto scosso ma, pur patendo le pene dell’inferno, non rinunciò al sogno di andare per mare. All’età di 12 anni coronò le sue aspirazioni imbarcandosi sui pescherecci e sulle vongolare. Da bravo “murè” si adattò a fare tutto assimilando ogni sfumatura di una vita dura che “doveva” diventare la “sua”vita. Grazie alla innata disponibilità e a una buona dose di simpatia divenne la mascotte del porto e ben presto dalle semplici mansioni del pulire sopra e sotto coperta “duvrand  sèsula e scuèta” (adoperando paletta e scopetta) , passò all’“armacè al rède” (rammendare le reti), “ciarnì e pès” (selezionare il pesce) e “priparè e brudèt” (preparare il brodetto). Quest’ultima “incombenza” divenne una sua specialità e fino a poco tempo fa invitava gli amici a casa per gustarlo, accompagnandolo con del buon vino e con gustose storie di mare.  A 18 anni era ormai un bravo marinaio e Renzo Ceschina del Grand Hotel gli affidò la guida del cutter “Fortuna”. Negli anni ‘50 diviene proprietario dello “Scirocco” e porta i turisti in gita per un bagno al largo o per ammirare il promontorio di Gabicce. Nel frattempo la casetta sul porto canale si trasforma dapprima in “Vitto e alloggio” poi in albergo Marilena e, tanto per non restare inoperoso, comincia ad ospitare nel periodo invernale l’organizzazione di numerose cene a sfondo benefico, coadiuvato dalla pimpante moglie Albina e dai generosi figli Marilena, Daniele e Mirco. Ed è in una di queste meritorie occasioni che in Gino s’accende la lampadina per un duraturo ricordo del naufragio della “Bruna”. Si fa ideatore e promotore del posizionamento  di un  modellino della prua della sfortunata motobarca  nell’aiuola a fianco della rotonda “Geo Cenci” al cui centro spicca una vela che riporta i colori originali dell’amato scafo. Quel 5 aprile 2008, alla presenza di autorità e amici, fu un giorno di gioia che attenuò l’amarezza di una tragedia in un uomo sempre corretto, misurato nelle parole, con spiccata serenità di giudizio e sconfinato amore per il mare. Tali qualità  gli hanno fatto meritare l’elevato rispetto della comunità portuale e di tutta la città che lo ha idealmente abbracciato nel giorno del commiato.<br />
G.L.M.</p>
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		<title>La famiglia &#8220;Brech&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 08:17:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tutti e 6 insieme&#8230; trotterellando!
Gli Arcangeli sono una delle “vecchie” famiglie che nel secolo scorso hanno avuto parte attiva nella pur breve storia della “Perla verde”. Papà Domenico e mamma Maria, gran lavoratori, erano tra i pochi a possedere un somaro “ e bréch”. Animale tanto bistrattato quanto utile per i mille lavori di fatica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti e 6 insieme&#8230; trotterellando!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gli Arcangeli sono una delle “vecchie” famiglie che nel secolo scorso hanno avuto parte attiva nella pur breve storia della “Perla verde”. Papà Domenico e mamma Maria, gran lavoratori, erano tra i pochi a possedere un somaro “ e bréch”. Animale tanto bistrattato quanto utile per i mille lavori di fatica che sapeva sopportare grazie all’indole pacifica e alla bontà ancestrale. Per Domenico era indispensabile: “Ui vléva bèn come m’un fiul, ul tniva sa tòt i riguèrd e l’eva una sòrta d’urgoj quand e giva ch’l’era e sù”. Per cui, con la semplicità e la praticità della gente di allora, gli Arcangeli vennero soprannominati i “ Bréch”. Quando le tristi vicende della IIª Guerra mondiale portano i militari tedeschi a calcare le nostre terre e razziare ogni ben di dio, il nostro buon Domenico si trova a dover difendere il suo somaro dalle grinfie di alcuni soldati. Urla, spinte e smoccolamenti vari finché uno di questi alza la pistola e col calcio lo colpisce in pieno naso che sanguina copiosamente e rimane deturpato per sempre. Un bel naso storto che contraddistinguerà a vita Domenico: capostipite degli Arcangeli detti i “Bréch”. Nel marzo scorso, gli eredi “Bréch”: Valeria, Augusto, Romolo, Remo, Graziana e Franco si sono ritrovati per una allegra rimpatriata ed è stata una gran festa con mille emozioni scaturite dalla presenza dei loro figli e da uno stuolo di nipoti sorridenti e chiacchieroni. Nella foto di rito poteva mancare la “mascotte” di famiglia? Certo che no! Ed eccoli qua gli Arcangeli, felici attorno al fedele “Bréch”.</p>
<p style="text-align: justify;">Moreno Villa</p>
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		<title>Cirocani e Neti</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 08:15:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E mi non Luigi “Cirocani”
E mi bà “Neti ad Purcatera”
Questo è il compendio della storia di due “lupi di mare”, pescatori pelagici. Questo tipo di pesca si svolge in alto mare ed è zona riservata a gente esperta. A questo proposito Dante Alighieri conferma la pericolosità di quanto sopra&#8230; “uscito dal pelago alla riva, si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>E mi non Luigi “Cirocani”<br />
E mi bà “Neti ad Purcatera”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il compendio della storia di due “lupi di mare”, pescatori pelagici. Questo tipo di pesca si svolge in alto mare ed è zona riservata a gente esperta. A questo proposito Dante Alighieri conferma la pericolosità di quanto sopra&#8230; “uscito dal pelago alla riva, si volge all’acqua perigliosa e guata”. Il ramo genealogico di questi Serafini, per quanto ci è pervenuto, parte dal 1785 con Giuseppe, che, a differenza dei suoi eredi era colono sui poderi del conte Zollio in zona Fontanelle di Riccione. Segue Michele, primo pescatore pelagico che aveva la caratteristica di imprecare in dialetto maccheronico con “Cirocani” -  cielo cane, patronimico che trasmise ai suoi successori. Da mio nonno Luigi, dal quale nacque mio padre Mariano, che cambiò l’imprecazione in “purcatera” – porca terra. Dei suoi fratelli, anche loro pescatori d’altura, Aristide (Pietro), Virgilio e Giovanni, scriveranno, se lo vorranno, i loro figli. Il nonno Luigi, brevilineo, di carattere mite e tendente al timido, coi fianchi fasciati da uno straccio di rete da pesca e pipa in bocca si trasformava da vero “parone” – capobarca, appena usciva dal porto. Determinato, tempestivo nelle sue decisioni infondeva sicurezza al suo equipaggio. Alternava la pesca, al trasporto della ghiaia da Chioggia lungo la riviera romagnola con a fianco suo figlio Mariano ancora bambino che cominciava a prendere confidenza col mare. La passione la trasmise a mio padre che col tempo divenne suo vice. La sua fama è provata dalla gigantografia in tenuta “casual marinara”posta all’ingresso della mostra della marineria riccionese presso il Palazzo del Turismo. A conclusione di questo breve ritratto di questo grande personaggio, mi piace ricordare, fra i tanti aneddoti che lo riguardano, il seguente. Saltuariamente il parone ospitava a bordo la moglie con le mansioni di cuoca. Accadde che in piena zona pelagica, con mare grosso, il nonno rivolto al figlio, mio padre, gli disse: “prendi il timone che vado sotto coperta per vedere come sta quella poveretta di tua madre”. Sceso trovò la moglie Maria, donna segaligna e di carattere tosto, tranquilla, che abbracciandolo lo aiutò a spogliarsi pretendendo di fare l’amore. Tornando in coperta trovò il figlio in ansia che gli chiese: “bà cum la sta la mà?” Ed il nonno con un sorrisino: “la tu mà la sta mèj ca ne tè!”. Mio padre Mariano più noto come “Neti”, nome impostogli da suo nonno, raggiunse la notorietà per le innumerevoli peripezie e la perizia con cui le ha superate. Non era un temerario, ma conscio dei rischi che affrontava con il suo motto: “ama il mare, temilo, rispettalo” così con l’esperienza e una dose di fortuna potrai evitare grossi guai. Prima di uscire dal porto, seguiva un famoso detto: “tramontana chiara, ponente scuro, prendi la barca e mettila al sicuro; ponente chiaro e tramontana scura,  esci con la barca e non aver paura”. Una delle esperienze più tragiche alla quale ha assistito nei suoi cinquant’anni di mare, si è verificata sempre in altura, la notte del 17 gennaio 1929, quando un violento fortunale sorprese un’intera flotta di natanti. Buona parte di essi puntò rapidamente verso la riva dove incapparono nel pieno della violenza della burrasca. Fu una tragedia con la perdita di numerosi pescatori. Questo infausto evento, a distanza di oltre 80 anni viene ancora ricordato come una carneficina del mare. Mio padre, invece, non tentò la via del ritorno, ma ancorò la barca, fece ridurre le vele e puntò la prua contro vento. Così salvò sé stesso, il suo equipaggio e la barca, facendo rotta due giorni dopo verso il porto di Pesaro. Nell’estate del 1932, durante la pausa della grande pesca, esercitava l’attività di salvataggio. Gli accadde con mare grosso, di dover soccorrere una bagnante in procinto di annegare. Adagiatala sul moscone, causa una improvvisa onda anomala, venne sbalzato in acqua sbattendo la nuca contro il pattino. Ciò gli procurò una emiparesi destra che lo rese claudicante per il resto della sua vita, ma non gli impedì, una volta ristabilitosi, di riprendere la sua principale attività per altri venti anni. Un’altra brutta avventura ha corso nell’immediato dopoguerra, con il rischio delle mine marine poste a mò di sbarramento ed ancora da bonificare. Durante una battuta di pesca assistette ad un dramma che lo “sfiorò”. A meno di 200 metri dalla sua barca, vide un peschereccio saltare in aria scomparendo tra i flutti. Mia madre Aurelia era solita portarmi in spiaggia, in attesa di scorgere all’orizzonte la barca con il simbolo sulle vele a noi familiare. E stringendomi a sé, ero un bambino, mi diceva: “tu Piero non farai mai il mestiere di tuo padre, ricordatelo!” Infatti, pur amando il nostro mare, non mi ha mai “ospitato”, se non per qualche sana nuotata. L’ultima disavventura in ordine di tempo accadde la notte, sempre in alto mare. Mio padre colpito da lancinanti dolori all’addome diede ordine al suo equipaggio di puntare “a tutta” verso il porto, quindi fu portato d’urgenza al Ceccarini dove il mitico dott. Moro diagnosticò una grave ulcera perforata. Dopo oltre 4 ore, alle 5 del mattino, fu dichiarato fuori pericolo. Rimessosi in sesto, pur continuando la pesca, d’estate era stato assunto dall’azienda di soggiorno quale manutentore dei campi da tennis, ora “Villa Mussolini”, dove il sottoscritto in giovanissima età, ha  fatto il raccattapalle al Duce ed ai più grandi giocatori del mondo in tour a Riccione. Successivamente calcai quei campi come maestro di tennis creando la prima delle sei scuole fondate da me nell’Italia del nord. E pensare che ero a due passi dal diploma di “scadente” geometra. Curioso destino! Ma questa è un’altra storia!</p>
<p style="text-align: justify;">Piero Serafini</p>
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		<title>M. Anita Semprini</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 13:09:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>famijarciunesa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Marianna Anita Semprini da Riccione
Un’eroina di altri tempi
Marianna Anita Semprini è uno di quei personaggi che, per essere vissuta in tempi in cui non esistevano i moderni “mass media”, pur avèndo dato prova di grande coraggio e spirito di volontariato fino al sacrificio di sè, è rimasta sconosciuta alla quasi totalità della popolazione riccionese. Soltanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><strong>Marianna Anita Semprini da Riccione</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’eroina di altri tempi</strong><br />
Marianna Anita Semprini è uno di quei personaggi che, per essere vissuta in tempi in cui non esistevano i moderni “mass media”, pur avèndo dato prova di grande coraggio e spirito di volontariato fino al sacrificio di sè, è rimasta sconosciuta alla quasi totalità della popolazione riccionese. Soltanto i nipoti, figli dell’unico figlio che ella lasciò orfano all’età di 13 anni, la ricordano ancora e le portano un fiore il giorno dei morti, lassù sulle prime pendici del Monte Titano, nel cimitero monumentale di Montalbo. Sì, perché Ella morì nel territorio della Repubblica di S. Marino nel lontano 15 febbraio 1925.</p>
<p><strong>Queste furono le vicende</strong><br />
che la coinvolsero e le furono fatali<br />
Nel primo quarto del XX secolo la Repubblica di S. Marino era stata colpita da numerose epidemie, come quella colerica del 1911, l’epidemia di influenza Spagnola del 1918 e quella di tifo addominale del 1924-1925. Quest’ultima epidemia, la più grave delle tre, è quella che avrebbe coinvolto fino alle estreme conseguenze Marianna Anita Semprini.</p>
<p><strong>Le cause dell’epidemia di tifo addominale</strong><br />
In quel periodo le condizioni igienico-sanitarie del territorio Sanmarinese erano piuttosto precarie. Il sistema fognario era inesistente. Un unico collettore, scavato nella pietra viva era soggetto ad infiltrazioni e scaricava i liquami in aperta campagna a sud del Monte Titano. Le case erano prive di servizi igienici e si usavano latrine con pozzi neri anche nell’Ospedale e nel Ricovero. L’immondizia era raccolta alla periferia del centro abitato ma non veniva distrutta, perciò i forti venti che battono sovente il territorio la disperdevano per la campagna. Inoltre va segnalata l’assenza a San Marino fino al 1935 di un Ufficio Sanitario o di un Organo di sorveglianza sanitaria.</p>
<p><strong>L’epidemia</strong><br />
Verso la fine del novembre 1924 ii tifo addominale cominciò a serpeggiare tra la popolazione in forma endemica, ma già verso la fine di quell’anno assunse forma epidemica. Malgrado il morbo si diffondesse in forma sempre più allarmante ed estesa nessuna comunicazione veniva fatta alla Reggenza dal medico condotto dott. Vendola, il quale, proprio nel momento più acuto dell’epidemia, il 28 dicembre, si dava malato. Solo da quel momento il dolt. Gino Angeli, appena nominato a capo della Commissione Sanitaria, denunciava l’esistenza dell’epidemia. Col concorso e la collaborazione del Governo italiano si riuscì a far accettare al dott. Felice PuIlè la nomina di Direttore del Servizio Sanitario Sanmarinese. li dott. Pullè fu coadiuvato dal dott. Antonio Zappata, Assistente dell’Ospedale Civile di Ancona, dal farmacista Cesare Nicolini e dal capo infermiere dell’ospedale della Misericordia, Vio Cornacchia. il dott. Pullè si avvalse anche della consulenza e della collaborazione del prof. Ottolenghi, direttore dell’istituto d’igiene dell’Università di Bologna, il quale aveva seguito l’epidemia di tifo addominale che aveva colpito Cesena e del dott. Brotzu destinato all’istituendo Ufficio d’igiene di San Marino. Da Riccione, al seguito del dott. Pullè, arrivarono anche due infermieri e due infermiere. Una di queste si chiamava Marianna Anita Semprini. Da una relazione dei dott. PuIIè risultò che la Città e il Borgo ebbero il 10% della popolazione colpita dal morbo e che l’età maggiormente colpita era stata quella tra i 6 e i 15 anni “ (&#8230;) a causa delle cattive condizioni delle latrine di alcune scuole (&#8230;)” egli scriveva. II dott. Puliè affrontò il problema alla radice provvedendo soprattutto alla riqualificazione dell’acquedotto e delle fognature oltre che alla diversa collocazione delle concimaie e delle discariche cittadine. Provvide a far costruire due latrine pubbliche e a indurre la popolazione a costruire nelle case latrine a chiusura idraulica. Ciò non lo distolse dal provvedere, anche in prima persona, dall’accorrere al capezzale dei malati in ogni angolo del territorio e nell’Ospedale cittadino, coadiuvato dal personale infermieristico. Finalmente, in virtù dei rimedi adottati verso la fine di marzo 1925 l’epidemia si spense. Il bilancio fu di 350 casi accertati e di 20 persone decedute. Una di queste fu Marianna. Essa, che si era prodigata con dedizione e spirito di sacrificio all’assistenza delle persone colpite dal terribile morbo, malattia altamente contagiosa, in un momento di quiescenza dell’epidemia, era tornata a casa, ma, quando l’epidemia ebbe una recrudescenza, non si sottrasse al dovere di ritornare per prestare al sua preziosa opera, pur consapevole del rischio che avrebbe corso. Fu in quell’occasione che il morbo non la risparmiò e si ritrovò ad essere ricoverata tra quelle stesse persone che ella avrebbe voluto assistere, assistita a sua volta; ma la sua pur forte fibra non resistette al male ed ella spirò sotto gli occhi pieni di commiserazione e dolore del dott. Pullè e dei suoi colleghi e colleghe. Lasciava, all’età di 32 anni, un figlio tredicenne, Luigi e il marito Giuseppe, anche lui di cognome Semprini, senza essere tuttavia parente e uno stuolo di fratelli che perdevano in lei un sicuro punto di riferimento e di sostegno.</p>
<p>Armando Semprini</p>
<p><em>Forse Marianna avrebbe meritato qualcosa di più che non una medaglia (d’argento) di 3ª classe, visto che mise a disposizione per il prossimo la propria vita fino al sacrificio di sé. Resta comunque il dovere, a distanza di quasi un secolo, di recuperare la sua memoria e di onorarla al cospetto della popolazione riccionese e sanmarinese insieme, nei modi che le due comunità riterranno più opportuno.</em></p>
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		<title>Pesaresi Lazzaro</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Jan 2011 16:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>famijarciunesa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Medaglia d’Onore a Pesaresi Lazzaro
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
COMITATO PER LA CONCESSIONE DI UNA MEDAGLIA D’ONORE AI CITTADINI ITALIANI, MILITARI E CIVILI DEPORTATI E INTERNATI NEI LAGER NAZISTI E DESTINATI AL LAVORO COATTO PER L’ECONOMIA DI GUERRA
Ho il piacere di comunicarLe che l’istanza presentata dalla S.V. è stata accolta dal Comitato da me presieduto nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Medaglia d’Onore a Pesaresi Lazzaro</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI</p>
<p>COMITATO PER LA CONCESSIONE DI UNA MEDAGLIA D’ONORE AI CITTADINI ITALIANI, MILITARI E CIVILI DEPORTATI E INTERNATI NEI LAGER NAZISTI E DESTINATI AL LAVORO COATTO PER L’ECONOMIA DI GUERRA</p>
<p>Ho il piacere di comunicarLe che l’istanza presentata dalla S.V. è stata accolta dal Comitato da me presieduto nella seduta del 7 settembre 2010. È stato così disposto il conferimento a Suo nome della medaglia d’onore prevista dalla normativa in oggetto.<br />
Alla consegna della medaglia provvederà la Prefettura della Provincia in cui Lei risiede, che la riceverà dal Dipartimento per il coordinamento amministrativo dopo il conio da parte dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.</p>
<p>L’occasione mi è gradita per inviarLe i migliori saluti.</strong></p>
<p>IL PRESIDENTE DEL COMITATO<br />
Ammiraglio di Squadra<br />
Alessandro Picchio</span></p>
<p style="text-align: justify;">Pesaresi Lazzaro nasce a Cerasolo di Coriano nel 1920 da Pesaresi Natale e Lotti Elisabetta, nono di dodici figli di una tipica famiglia contadina dell’epoca. Nel 1940 parte per il servizio militare che da li a breve lo porta sul fronte Albanese. Come tanti suoi compagni, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Viene deportato nel campo di raggruppamento tedesco di Bergen‑Belsen,dove per sua “fortuna” a differenza di molti altri rimane solo per dieci giorni. La sua “fortuna”deriva dal fatto di essere contadino,infatti,per questo viene “spedito” presso una famiglia di contadini tedesca, i cui figli erano tutti in guerra. Qui rimane fino all’arrivo dei Russi che lo liberarono l’8/5/1945. Arrivo’ a casa il 25/7/1945 dopo un viaggio pieno di peripezie usando ogni tipo di mezzo disponibile. In questi cinque anni di guerra e prigionia torno’ a casa solo una volta in licenza, scoprendo purtroppo che la mamma Elisabetta era morta qualche giorno prima. Ii 25/8/1946 sposa Righetti Maria,che conosceva fin dall’adolescenza, dal loro matrimonio nascono tre figli Mario nel ‘47, Marna nel ‘50 e Mauro nel ‘60. Nel dicembre del 1960 tutta la famiglia si trasferisce dalle campagne di S.Andrea in Besanigo al viale Mameli nella zona Fogliano di Riccione,in una casa che Lazzaro aveva acquistato con il fratello Giuseppe nel 1950. La sua vita cambia ancora una volta, in estate lavora come tutto fare all’Hotel Vittoria, ed in inverno come operaio nell’impresa edile di Semprini Orazio. A Lazzaro piace ricordare e raccontare con orgoglio che ogni sottopasso della ferrovia costruito tra Rimini e Pesaro, lo ha visto protagonista.La sua intraprendenza lo spinge nel 1972 a prendere in gestione l’Hotel Quick in viale Trento Trieste,con l’aiuto e l’esperienza maturata all’estero dal figlio maggiore Mario, ed il resto della famiglia. L’esperienza alberghiera purtroppo duro’ solo cinque anni, perché Mario si trasferì a Dalmine (BG) per gestire un bar‑ristorante, e soprattutto perchè un ictus bloccò le sue ambizioni. Da allora, Lazzaro passa le giornate nella casa di via Mameli, che divide con il figlio Mauro. La sua passione è l’orto fuori casa, che cura con amore dividendone i frutti con famigliari e vicini. Il 3/7/2010 la vita lo mette alla prova ancora una volta, alla clinica Montanari di Morciano la moglie Maria chiude gli occhi per sempre, lasciando nei dolore tutta la famiglia. Oggi, a 90 anni, Lazzaro è attorniato dai suoi tre figli, nuore, genero, sette nipoti e sette pronipoti per festeggiare la medaglia d’onore per tutto quello che ha dovuto vedere e subire negli anni di prigionia, ma anche una medaglia d’onore a tutta la sua vita.</p>
<p style="text-align: justify;">
Mauro Pesaresi</p>
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		<title>Piero Serafini</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 14:55:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>famijarciunesa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una vita sui campi rossi
Sono nato nel 1928 a Riccione. Figlio del manutentore dei campi da tennis dell’Azienda di Soggiorno, oggi denominati “Villa Mussolini”, già a nove anni ero raccattapalle e, come tale, ho avuto l’occasione di “servire” il Duce durante il suo soggiorno a Riccione e numerosi campioni, italiani e stranieri, che partecipavano al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Una vita sui campi rossi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono nato nel 1928 a Riccione. Figlio del manutentore dei campi da tennis dell’Azienda di Soggiorno, oggi denominati “Villa Mussolini”, già a nove anni ero raccattapalle e, come tale, ho avuto l’occasione di “servire” il Duce durante il suo soggiorno a Riccione e numerosi campioni, italiani e stranieri, che partecipavano al tradizionale torneo estivo. Quest’ultima esperienza mi ha aiutato ad apprendere, prima teoricamente poi praticamente questo sport. Nel giugno del ’45, pochi mesi dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ero studente 17enne aspirante geometra, quando venni contattato da un nobile di Mantova che mi propose di sostituire un suo compagno di gioco. Al termine dell’ora, giocata su un campo sistemato alla buona (fino a pochi mesi prima era adibito ad officina all’aperto per la riparazione dei mezzi bellici) questo signore mi volle pagare per quello che per me era stato un gran divertimento e  mi stimolò a fare il “palleggiatore”.  E’ così che  il Marchese Capilupi decise il mio futuro. I successivi “clienti” furono alcuni ufficiali canadesi facenti parte della multietnica ottava Armata alleata, ospitati presso il Grand Hotel di Riccione dove aveva sede il comando di zona. Erano tempi grami ed il pensiero di poter guadagnare, divertendomi, mi convinse a dare l’addio ad un, ancora lontano, diploma di geometra che avevo cercato frequentando un corso serale. Continuai a calcare i campi di terra rossa partecipando anche a vari tornei per ottenere una classifica federale, che mi permise poi di frequentare la Scuola Nazionale Maestri, dove ottenni il sospirato diploma. All’inizio degli anni ’50, dopo aver fondato la prima scuola estiva a Riccione ed in Romagna, cominciai ad emigrare: per tre anni a Forlì presso il Circolo Tennis Marconi, ed otto anni a Parma presso il Circolo Universitario locale e, contemporaneamente, a Piacenza nei due Club della città: “Vittorino da Feltre” e “Nino Bixio”, dove diedi vita ad altrettante Scuole e tra questi giovani, il traguardo più prestigioso l’ha raggiunto il piacentino Giordano Maioli, conquistando il Titolo Italiano Assoluto Individuale sul mitico Nicola Pietrangeli, oltre a quello del Doppio. Questo ragazzo, inoltre, ha fatto parte della Nazionale di Coppa Davis ed in seguito ne fu anche commissario tecnico. Nel 1962, con la nascita del Centro Sportivo Comunale di Riccione, che comprendeva l’impianto dell’attuale Tennis Club, fui contattato dal Rag. Adriano Pietanesi che, assieme ad alcuni appassionati del nostro sport, mi propose di creare una Scuola. Naturalmente accettai e le mie migrazioni ebbero termine. Nello stesso anno fondai la Scuola che ho diretto per oltre 30 anni, quando cedetti le redini a mio figlio Fabrizio, tutt’ora D.T. Negli anni ’60 ho diretto il Centro Federale Estivo per 5 anni fino a che la gestione nel 1970 fu passata al nostro Club, sempre sotto l’egida della Federtennis. Nella mia carriera, non ancora al tramonto, ho “curato” varie decine di migliaia di giovani e non, italiani e stranieri. Fra questi, 6 oggi sono Maestri: M. Tonti, M. Righetti, M. Giulianelli, P. Sapigni, S. Tonini, F. Serafini. Oltre i succitati maestri si possono contare oltre 20 Allenatori-Istruttori. Tra gli allievi più prestigiosi del circondario che hanno raggiunto la categoria Nazionale “B” da citare i riccionesi M. Bartolini, A. Guidolin, A. Leurini, S.Tonini: i riminesi f.lli Briolini, S. Pagliarani, e il cattolichino M.Tonti. Da segnalare, a seguito di questo gruppo, oltre 100 appartenenti alla categ. “C.” Successi individuali ed a squadre dei nostri agonisti, oltre 160, tra cui citiamo i più importanti. In campo maschile: nel ‘64 E. Barilari conquista il 2° posto ai Campionati Naz. Giov. a Milano e  S.Corazza raggiunge il 5°. In campo femminile: nel ‘66 L. Amati, dopo aver superato le fasi Provinciale e Regionale, nel Campionato Italiano Giovanile a Milano, si aggiudica il 3° posto; si noti che a queste manifestazioni partecipavano 3000 giovani di tutta Italia. E. Amati ha vinto il Torneo Internazionale “dell’Avvenire” di doppio a Milano in coppia con Winkelmann -compagno occasionale-. Si tenga presente che questa manifestazione è considerata un Campionato Europeo Giovanile; basti pensare che il singolare è stato vinto nella sua storia da futuri n° 1 del mondo quali: LENDL, WILANDER, BORG ed altri campioni. Lo stesso Emilio Amati è stato Campione Universitario nel South Carolina (USA) dove è stato giudicato il migliore tennista tra i 200.000 partecipanti. Armando Gabrielli, nel frattempo, a Bari conquistava il titolo Italiano Studentesco di doppio, anche lui con un partner improvvisato per poi andare a  conquistare negli USA il titolo studentesco dell’Iowa. I riconoscimenti: dal Coni e Federtennis a livello Nazionale, Regionale e Provinciale, 4 volte dal Comune di Riccione ed altrettante dal T.C. Riccione, il cui C.D.A., presieduto dalla Dott. Franca Grossi Mancini, nel 2001 ha deciso di  intitolare a mio nome la Scuola del Circolo, alla presenza del Sindaco D. Imola, dell’Assessore allo Sport A. Casadei e della dirigente dell’Ufficio Sport del Comune Dott.ssa G. Cianini e nel 2006 la prestigiosa Targa della Famija Arciunesa, accompagnata dal titolo di Socio Onorario. Ho fatto parte dello Staff Tecnico Provinciale della Federtennis con l’incarico di Selezionatore e Capitano della squadra della provincia di Forlì, portando il Team alla fase Nazionale dopo aver dominato quella Regionale senza perdere un incontro. Inoltre ho ricoperto la carica di Fiduciario Provinciale dell’Associazione Maestri. Nel 2010 mi è stata conferita dal Presidente della Repubblica l’onoreficenza di Cavaliere dell’Ordine “Al merito della Repubblica Italiana”. Oggi con lo spirito e la passione rimasti immutati nel tempo, rimango sempre a disposizione dello Staff Tecnico e Organizzativo del T.C. Riccione,  finchè “Testa, Gambe e Braccio” ( sinistro ) saranno OK! Ed infine, ma soprattutto, la mia infinita gratitudine va a mia moglie Tina, che mi ha sempre supportato, e sopportando le mie numerose assenze per lavoro, con i mie figli Barbara e Fabrizio mi ha dato la forza di andare avanti in questa “infinita” carriera!</p>
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