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	<title>Famija Arciunesa &#187; Storia</title>
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		<title>Primo sindaco</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 09:15:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Silvio Lombardini è il primo sindaco
La prima riunione del consiglio comunale di Riccione si tiene nella «sala delle adunanze dell&#8217;edificio scolastico municipale» ii 4 novembre 1923 alle ore 15. Qui, tra gli applausi scroscianti dei consiglieri e del pubblico, Silvio Lombardini è eletto sindaco; nella stessa seduta è conferita la cittadinanza onoraria al Capo dello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Silvio Lombardini è il primo sindaco</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La prima riunione del consiglio comunale di Riccione si tiene nella «sala delle adunanze dell&#8217;edificio scolastico municipale» ii 4 novembre 1923 alle ore 15. Qui, tra gli applausi scroscianti dei consiglieri e del pubblico, Silvio Lombardini è eletto sindaco; nella stessa seduta è conferita la cittadinanza onoraria al Capo dello Stato, sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini, «animatore della rivolta ideale del popolo italiano», e a Aldo Oviglio, per il contributo dato alla realizzazione del municipio. I particolari della &#8220;storica&#8221; seduta li troviamo incisi su &#8220;La Riviera Romagnola&#8221; di giovedì 8 novembre 1923 e da quelle colonne estrapoliamo la cronaca che segue. I lavori del consiglio vengono introdotti dal commissario prefettizio Augusto Marani attraverso una «elaborata relazione» illustrativa del lavoro svolto dal 12 giugno al 4 novembre 1923. Dopo di lui l&#8217;onorevole Sitta, in qualità di consigliere anziano, assume la presidenza e in tale veste pronuncia «un elevato discorso improntato al più nobile patriottismo, incitando all&#8217;amore e alla concordia per l&#8217;avvenire di Riccione». A Sitta succede Basigli. Il farmacista «rende omaggio all&#8217;opera diligente e solerte» del commissario Marani. Questi, tra le tante cose buone fatte per Riccione, ha anche la &#8220;paternità&#8221; dell&#8217;istituto Tecnico Inferiore, una scuola privata, ma «sorvegliata» dell&#8217;amministrazione comunale e con «le norme ed i programmi delle Scuole Regie e Pareggiate». L&#8217;istituto, nato sotto gli &#8220;auspici&#8221; di Marani nel settembre del 1923, annovera nel «comitato ordinativo» il prof. Camillo Manfroni della regia università di Padova, il parroco di San Lorenzino don Giovanni Montali, il capo stazione aggiunto Cassio Crescentini e il direttore della succursale del Credito romagnolo Lazzaro Sorci&#8221;. Basigli propone di dare alle stampe la relazione del commissario prefettizio e il consiglio approva. A questo punto si procede alla elezione del sindaco per scrutinio segreto. All&#8217;unanimità è eletto il com. rag. Silvio Lombardini, pubblicista e imprenditore tipografico di Forli, cittadino emerito di Riccione e onorario per acclamazione. Questi fa una rapida sintesi delle vicende turistiche che si legano alla storia della «sua&#8221; città, valorizzando soprattutto «le virtù del risparmio e del lavoro di tutti i suoi figli»; accenna «alla necessità di formare una nuova coscienza dell&#8217;industria balnearia e marinara, ed esaltando il nuovo spirito nazionale e i grandi conterranei che lo animano, Benito Mussolini ed Aldo Oviglio, li propone, ed il Consiglio li acclama, cittadini onorari di Riccione». Scelto il sindaco, si procede alla nomina della giunta comunale. Sono eletti «membri effettivi» Donini, Sirocchi, Tontini e Basigli; supplenti: Sitta e Papini. Quando si attribuiranno gli incarichi, il sindaco avrà le deleghe per affari generali, piano regolatore, acquedotto, separazione patrimoniale e personale; Donini per viali, porto, ponti e strade, stato civile ed edilizia; Sirocchi per opere pie, beneficenza, espropri, polizia urbana e tasse; Tontini per reclami, costituzione pro Riccione, pensioni, esercizi pubblici; Basigli per igiene, sanità e istruzione pubblica. Papini, pur essendo «supplente», si occuperà di agricoltura, provvista di alberi per viali, pesa pubblica, mercati e fiere, forniture, prezzi generi alimentari, indirizzo agricolo del comune, tasse bestiame”. Prima di chiudere l’adunanza di consiglio Donini, nella sua qualità di assessore comunale, ma anche di membro del direttorio del fascio, «traccia il compito del fascismo locale», affinché anche Riccione «porti il suo contributo all’opera della restaurazione nazionale». Da quest’ultimo intervento si capisce che la giunta, d’ora in avanti, dovrà sempre rapportarsi con il fascio. Fascio a parte, spetta a Silvio Lombardini il compito di mettere in moto la macchina amministrativa del comune; ma prima ancora di avviarla, egli deve inventare uffici, servizi, impiegati, statuti, regolamenti&#8230; tutto. Per il momento il municipio ha solo una casa. Una casa provvisoria, rimediata, modesta&#8230; ma pur sempre una “sede comunale”. Ed è questo che conta e che inorgoglisce la popolazione. A margine della prima memorabile seduta consiliare riferiamo alcuni particolari di cronaca. Lombardini è eletto sindaco con 16 voti e una scheda bianca: i presenti, infatti, sono 17. All‘appello mancano, perché dimissionari, Pio Della Rosa, Roberto Mancini e Camillo Corazza. I primi due, nonostante gli inviti del sindaco a recedere dai loro propositi, confermeranno la loro decisione: Della Rosa «per il modo oltremodo spiacevole in cui si svolsero le elezioni»; Mancini per come «venne impostata e diretta la lotta elettorale amministrativa». Corazza, ritirerà le dimissioni e parteciperà attivamente in qualità di consigliere alla vita pubblica di Riccione.Domenica 2 dicembre all’Hotel Lido si svolge un banchetto in onore di Lombardini e Marani. Presenti al pranzo 60 invitati. Parlano per primi l’assessore Basigli, che illustra l’opera del commissario «fatta di coscienza, di diligenza e di rettitùdine» e il sindaco Lombardini, che invita tutti a valorizzare le bellezze di Riccione e ad avere consapevolezza delle grandi potenzialità dell’industria balneare. Il primo cittadino dice anche «di essere ben lieto di lavorare per l’avvenire di Riccione e di avere a collaboratori persone di senno e che ardentemente amano il loro Paese». Intervengono poi, l’assessore Donini, che «porta una vibrante ed applaudita nota fascista», e il segretario comunale Trebbi, che «ricorda l’opera di appassionata assistenza data da Lombardini ai combattenti ed ai mutilati durante la guerra e assicura che tutti gli impiegati collaboreranno per l’avvenire di Riccione». In ultimo parla il dottor Serafini che dopo aver rinnovato «il saluto della cittadinanza al Sindaco e all’ex Commissario, ricorda il grande cittadino onorario di Riccione, Benito Mussolini, il cui nome viene salutato da un lungo applauso». La cronaca redatta da “La Riviera Romagnola” non va oltre le parole dei “relatori”: non ci fornisce notizie, per esempio, sul menù offerto ai commensali. Eppure un tempo, quando l’Hotel Lido era poco più che una baracca e i “clienti» erano socialisti e anarchici, la sua cucina era rinomata per le tagliatelle, gli “strozzapreti” e il coniglio in porchetta; lì, in quell’osteria, si brindava alla lotta di classe e si cantava l’Internazionale. Erano altri tempi! Erano i tempi di Domenico Galavotti.</p>
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		<title>Giardino d&#8217;infanzia</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 08:49:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1891. Nasce il Giardino d’infanzia “M. Ceccarini”
L’istituzione dell’asilo infantile “Maria Ceccarini” a Riccione è certamente da inserire in un momento storico ben preciso che vede il sorgere e l’affermarsi di nuove istanze pedagogiche e il diffondersi in Italia, nel secolo XIX, delle teorie pestalozziane e froebeiane. Agli inizi dell’Ottocento l’asilo infantile svolge ancora una funzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>1891. Nasce il Giardino d’infanzia “M. Ceccarini”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’istituzione dell’asilo infantile “Maria Ceccarini” a Riccione è certamente da inserire in un momento storico ben preciso che vede il sorgere e l’affermarsi di nuove istanze pedagogiche e il diffondersi in Italia, nel secolo XIX, delle teorie pestalozziane e froebeiane. Agli inizi dell’Ottocento l’asilo infantile svolge ancora una funzione essenzialmente di custodia e di assistenza, atta a rispondere ad esigenze di carattere economico-sociale più che educativo. Questo tipo di asilo nasce spesso da iniziative private e interessa particolarmente realtà industriali in cui è richiesta manodopera femminile, o situazioni familiari precarie (figli di vedove, artigiani, coloni che oltre ad avere pochi mezzi di sussistenza non hanno tempo di accudire la loro numerosa prole). I bambini che vi sono accolti, dai 3 ai 6 anni, appartengono quindi ai ceti più bassi e ricevono cure che soddisfano esclusivamente bisogni primari come quelli della nutrizione, pulizia e custodia. Sebbene, alla luce delle moderne esperienze pedagogiche, questo tipo di asilo possa considerarsi molto arretrato, in effetti &#8211; nel contesto storico in cui nasce e si sviluppa &#8211; ricopre un ruolo socialmente importante, quale alternativa all’abbandono in cui versava tanta infanzia di quel periodo. Una donna colta e istruita come Maria Boorman non poteva certo ignorare le novità che nel campo dell’educazione maturavano a Roma, sua residenza abituale. Le sollecitazioni le venivano anche dalle realtà vicine a Riccione: le esperienze di carattere locale non erano trascurabili. Quella riminese, in fondo, preparerà il terreno; non a caso sarà proprio la signorina Montebelli, già direttrice dell’asilo d’infanzia di Rimini, a condurre il nascente asilo “Maria Ceccarini”. Non ultima, infine, la stretta collaborazione del prof. Luigi Mancini di Riccione, valente insegnante di pedagogia e di lingua, direttore della Scuola Normale Regia di Sacile. Il giornale Italia lo definisce il Dens ex machina dell’asilo riccionese Luigi Mancini ha senz’altro il merito d’aver interpretato la volontà della benefattrice nel porre a fondamento dell’istituzione la matrice laica, proponendo in questo modo un’educazione alternativa ai modelli vigenti, che non tenevano conto della personalità del bambino, ma piuttosto miravano al suo indottrinamento. Per inciso, va anche evidenziato un legame di tipo personale fra Maria Boorman e Luigi Mancini. Infatti quest’ultimo, fratello della defunta Letizia, madre di Ersilia Tonsini, era dunque lo zio della bambina adottata da Maria Ceccarini. L’asilo fondato di sana pianta, edificato e arredato tutto a spese di Maria Boorman, pronto ad accogliere i bambini della borgata e ad educarli con il metodo froebeliano, viene inaugurato il 10 novembre 1891. La festa è grandiosa: Maria Boorman Ceccarini è accompagnata, dalla sua villa fino all’ingresso dell’asilo, con la musica della banda e il corteo della Società Operaia; bandiere e drappi sventolano da ogni casa, in suo onore. La cerimonia si svolge nella sala delle adunanze della Società Operaia posta al piano superiore dell’asilo, alla presenza delle maggiori autorità di Rimini e Riccione (il Sottoprefetto, il conte Ferrari, il Sindaco con gli assessori Bianchini e Graziani, il Regio Provveditore agli Studi di Forlì, il sig. Amati Sebastiano presidente della Società Operaia stessa). I discorsi proferiti sono prevalentemente celebrativi e ruotano tutti intorno all’importanza degli asili nell’educazione moderna, alla loro funzione sociale. Gli omaggi alla signora Ceccarini sono numerosi; i 40 bambini già iscritti e vestiti in uniforme, cantano nella sala dell’asilo un inno per l’occasione, sotto la guida della direttrice Montebelli; infine donano alla benefattrice una corbeille di fiori freschi e concludono l’esibizione con giocherelli, movimenti ginnastici e canti infantili. Nella circostanza le viene anche dedicata &#8211; dalla Società riccionese di Mutuo Soccorso &#8211; una poesia scritta dalla signora Tambellini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tratto da: “I Ceccarini per Riccione”<br />
di patrizia bepi e oreste delucca</strong></p>
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		<title>Rombante ferragosto</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 07:48:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il rombante ferragosto del 1946
Berardi e Papini lottano coi grandi campioni
Nel panorama del motociclismo agonistico, la Romagna si è sempre distinta per l’entusiastica  passione  dei suoi abitanti, e per aver dato i natali a  validi piloti, parecchi dei quali hanno avuto grandi successi  nei circuiti di tutto il mondo. Poche notizie di cronaca, ma soprattutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il rombante ferragosto del 1946</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Berardi e Papini lottano coi grandi campioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel panorama del motociclismo agonistico, la Romagna si è sempre distinta per l’entusiastica  passione  dei suoi abitanti, e per aver dato i natali a  validi piloti, parecchi dei quali hanno avuto grandi successi  nei circuiti di tutto il mondo. Poche notizie di cronaca, ma soprattutto i racconti degli anziani, ci rammentano che le prime gare svolte nella nostra città  risalgono agli anni Venti del Novecento ed ebbero come protagonisti i riccionesi Frangiotto Pullè e Nello Leardini. Quelle “pionieristiche” competizioni si tenevano nel campo sportivo  “Stadium” (area del Luna Park), che tanti, ancor oggi, chiamano “ingar”, trasformazione dialettale del termine inglese “hangar”: difatti quella zona fu utilizzata  come luogo per  il ricovero di aeromobili negli anni della Grande Guerra.  Un amore genuino per i motori porterà alla fondazione, nel 1935, del Motoclub “Celeste Berardi”, sodalizio cui va il merito di aver tenuto alto il nome di Riccione in Italia, con la  promozione di importanti manifestazioni sportive. Fatta questa breve introduzione, appare  opportuno  illustrare una  gara del tutto singolare che, per il giorno e l’anno in cui si effettuò, il 15 agosto 1946, (a poco più di  un  anno dal termine della seconda guerra mondiale), dimostra  palesemente quanto ardente fosse in molti, il desiderio di ritornare, pur nelle ristrettezze di allora, alla “vecchia” ed “inossidabile”  passionaccia per  “è mutor”. In questo sport la nostra città aveva del resto ottenuto lusinghieri risultati fin dagli anni Trenta grazie a Gastone  Berardi, vincitore nella classe  500 di terza categoria, e quinto assoluto nell’edizione  1940  della  “leggendaria”  Milano-Taranto. “A Nello Olmeda, l’impareggiabile presidente, a tutti i suoi attivissimi e competenti collaboratori esprimiamo il nostro compiacimento per aver saputo dar vita in periodo tanto difficile per la graziosa cittadina adriatica pulsante della vita straordinaria del ferragosto, alla bella manifestazione”. Queste, le parole di plauso  per gli organizzatori del Motoclub cittadino, con cui si esprimeva l’inviato  della rivista “Motociclismo” ( n. 21 del 22 agosto 1946, Lire 30). Considerevole fu l’affluenza degli appassionati, nonostante l’esigua partecipazione di piloti. “Starter” d’eccezione, fu  il generale inglese comandante la zona di Riccione, che testimonia come gli alleati fossero  ancora presenti sul nostro territorio. Quel Gran Premio si svolse sul lungomare e sulle vie adiacenti, su di un percorso che, di anno in anno,  ad ogni primavera, ospiterà  gare di moto, e precisamente fino al 4 aprile del 1971, in cui sull’asfalto bagnato, tragicamente, perderà la vita il pilota lombardo Angelo Bergamonti. La manifestazione, inserita nella “Settimana Motociclistica Romagnola”, era quanto mai sentita, giacchè  significava il risorgere dell’attività agonistica dopo la forzata interruzione bellica, tanto da  esser ripresa dalla Settimana Incom, il più importante cinegiornale del secondo dopoguerra. Questo documentario, che si proiettatava in tutti i cinema d’Italia,  prima di ogni film, illustrava i principali eventi politici, culturali e sportivi della settimana, in anni in cui la televisione non era ancora entrata nelle case degli italiani. Con  enfasi retorica, sia  per le espressioni usate, che per il tono aulico della voce, con queste parole veniva descritto l’evento: “Quarto Circuito Motociclistico di Romagna, valevole per il campionato di prima e seconda categoria. Un carosello di assi! I più famosi centauri han preso il via! Lorenzetti, Ruffo, Ambrosini, Alberti, Mangione, Cavazzuti. La rete degli alberi lungo la strada nera d’asfalto e lucida di sole sembrano palpitare nella terribile prepotente, vibrazione dei motori! Quei rombi che ci parevano lugubri, minacciosi, allorché echeggiavano nelle strade delle nostre città svuotate dal coprifuoco, oggi salgono gioiosi come esultanti nel fervore della gara!”. Alle ore 15 fu data la partenza della classe 250. Dario Ambrosini (Guzzi Albatros), cesenate, campione del mondo nel 1950 categoria 250, risulterà vincitore compiendo i 40 giri del percorso pari a Km. 74,240 alla media di Km. 82,269,  davanti a Alfredo Milani (Guzzi), Claudio Mastellari (Guzzi), e al riccionese Ruggero Papini (Benelli). A seguire, la partenza  della gara riservata alle motocarrozzette (foto che ne ritrae la partenza), competizione che, almeno sul nostro circuito, si terrà in poche altre occasioni, e  solamente  fine alla metà degli anni ’50. Buona la prova di Gastone Berardi (Guzzi), il più noto pilota riccionese che saprà portare a termine la gara, piazzandosi secondo, dietro l’irragiungibile Fausto Toni (Gilera). Ed infine si giunse alla gara più interessante, quella della categoria 500 cmc. Partecipano alla gara i concorrenti: Berardi Gastone (Guzzi), Bertacchini Bruno (Guzzi), Milani Alfredo (Gilera), Colombo Nino (Guzzi), Rabitti Enzo (Gilera), Villa Ettore (Gilera), Brini Aldo (Gilera). Il forte centauro reggiano Bruno Bertacchini riuscì  a raccogliere una significativa vittoria, compiendo i 40 giri del percorso, pari a Km, 74,240 in 50’21” 3 , alla media di Km. 88,451. Infine, commentando le gare di Gastone Berardi, il giornalista della rivista “Motociclismo” così terminava: “Il riccionese, che nel confronto dei seconda categoria segue i campioni, e che nelle domenicali gare ha saputo conquistarsi tanta simpatia nell’ambiente motociclistico della sua Riccione. Inizialmente attardato al quinto posto si è ripreso poi brillantemente nel finale finendo al posto d’onore. A Berardi un elogio particolare per la sua condotta nelle motocarrozzette. Al giorno d’oggi competizioni e gare si svolgono in circuiti attrezzati, in grado di poter dare sicurezza agli spettatori, e sarebbe impensabile un ritorno al passato che, tuttavia, aveva un suo fascino romantico.</p>
<p>Fosco Rocchetta</p>
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		<title>Silvana Cerruti</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 13:24:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“La guerra all’improvviso”
Silvana Cerruti e le memorie delle donne
Nel settembre del 2004 Silvana Cerruti (moglie di Lorenzo Canducci),  donna intraprendente ed eclettica,  curiosa della vita e della gente e da alcuni anni responsabile del Coordinamento donne Spi Cgil “Il posto delle fragole”,  partecipa a Gemmano al 60esimo del passaggio del fronte,  e si imbatte in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“La guerra all’improvviso”</strong><br />
<span style="color: #ff0000;">Silvana Cerruti e le memorie delle donne</span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel settembre del 2004 Silvana Cerruti (moglie di Lorenzo Canducci),  donna intraprendente ed eclettica,  curiosa della vita e della gente e da alcuni anni responsabile del Coordinamento donne Spi Cgil “Il posto delle fragole”,  partecipa a Gemmano al 60esimo del passaggio del fronte,  e si imbatte in un anziano col vestito della festa coperto di medaglie. Il fiume in piena dei racconti che fuoriescono dalla mente e dal cuore dell’impettito ed orgoglioso reduce di guerra la catturano; racconti che parlano di bombe,  postazioni d’artiglieria,  carri armati e strategie militari. Ma in tutto questo,  secondo lei,  mancava qualcosa d’importante: l’elemento femminile. Dov’era… e cosa faceva in questi drammatici frangenti? Ecco,  è da qui che parte il progetto di Silvana,  sostenuto dal Sindaco di Gemmano e dall’Assessorato alle Politiche Sociali e Cultura della Provincia,  e costantemente in sinergia con lo SPI e AUSER; progetto che coinvolge sia le donne di  Gemmano che quelle (anche riccionesi) ‘sfollate’ a Gemmano,  teatro del fronte tra l’agosto e il settembre del ’44. Una ricerca che la scrupolosa e paziente ‘intercettatrice di memorie’ condivide e rielabora poi attraverso Laboratori a cui partecipano i gemmanesi,  e così sempre più avanti sino alla stesura del libro “La guerra all’improvviso”,  che in gennaio riceve il “Premio LiberEtà Generazioni 2010”.<br />
Da che altro parte l’idea di una impresa così inusuale? “L’idea di raccogliere le memorie della gente dell’entroterra era da tempo nella mia mente ma non riuscivo a darle forma. Considero gli anziani una grande risorsa,  e credo che la loro esperienza e i loro saperi non debbano andare perduti né sottovalutati. Dovevo forse recarmi quel settembre a Gemmano per trovare il giusto stimolo per iniziare un’entusiasmante avventura che sarebbe durata diversi anni,  portando dietro sé molto lavoro e altrettante soddisfazioni.”<br />
Come hai fatto ad aprire la porta dei ricordi alle persone intervistate? “Con circospezione,  delicatezza e attenzione ne cercavo la chiave,  restando in silenzio a osservare nei giochi di luci e ombre la vastità di sofferenze,  gioie,  delusioni,  diffidenza,  sospetti,  paura,  rabbia,  dolcezza,  ricchezza e miseria che intravedevo. E aspettavo. Le incoraggiavo dolcemente,  e in punta di piedi entravo in contatto con lo spirito della vita di chi mi stava di fronte,  captando un affascinante mondo segreto e immenso che attendeva solo di essere scoperto.”<br />
Nel libro il dialetto viene utilizzato costantemente…“Ho creduto che tale utilizzo fosse doveroso per riportare integra e verosimile la personalità delle donne intervistate. Quando incominciavo a porre loro le domande,  in un primo momento si dimostravano più compassate e schive,  e mi rispondevano in italiano; ma appena si sentivano a loro agio e le emozioni le sopraffacevano,  si esprimevano nel linguaggio del cuore,  tenuto conto poi che il nostro dialetto risulta incisivo ed esplicito.”<br />
In che modo è stato divulgato un progetto così ‘maturo’ d’intenti?<br />
“La realizzazione di un dvd è stata fondamentale per portarlo nelle scuole,  un mezzo più diretto per rendere le storie raccontate nel libro fruibili agli studenti. Impresa che ho condiviso con Marco Caligari e Manuel  Zani. Il progetto è stato al centro della manifestazione del 25 aprile 2009 che si è svolta a Gemmano,  in sinergia col Comune di Riccione che ha coinvolto alcune sue scuole in laboratori teatrali conclusisi con uno spettacolo interpretato da mia figlia Alessia.”<br />
Credi che un lavoro così possa servire alla società? “Le memorie che ho raccolto non parlano solo di guerra,  ma anche di come si viveva prima,  della nostra cultura contadina e  quindi penso che possa servire  soprattutto alle nuove generazioni.<br />
Viviamo in una società multietnica e per poterci confrontare con altre culture,  e accogliere altri modi di vivere dobbiamo sapere chi siamo e da dove veniamo,  conoscere le nostre radici e la nostra storia.”</p>
<p style="text-align: justify;">Maria Grazia Tosi</p>
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		<title>Riccione&#8230; 150 anni fa</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 13:16:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>famijarciunesa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal 17 marzo 2011 si festeggia il 150esimo dell’Unità d’Italia,  con l’obiettivo di far scaturire una riflessione sul senso di appartenenza del popolo italiano,  attraverso momenti collettivi di valutazione e di retrospezione storica. E qui a Riccione… che storia si scriveva centocinquant’anni fa? 
Alcune piccole e curiose perle:
Un mezzo di comunicazione ‘fu-turista’
Nell’autunno del 1861 si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dal 17 marzo 2011 si festeggia il 150esimo dell’Unità d’Italia,  con l’obiettivo di far scaturire una riflessione sul senso di appartenenza del popolo italiano,  attraverso momenti collettivi di valutazione e di retrospezione storica. E qui a Riccione… che storia si scriveva centocinquant’anni fa? </strong></p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Alcune piccole e curiose perle:</span></strong></p>
<p>Un mezzo di comunicazione ‘fu-turista’<br />
Nell’autunno del 1861 si congiunse il tratto ferroviario Bologna-Ancona,  inglobando nel percorso anche la nostra città,  che non aveva però una stazione.  Ma già dal 1° gennaio del 1862 i freni del treno stridettero anche qui,  grazie soprattutto all’interessamento di Don Carlo Tonini,  intraprendente e motivato parroco riccionese. Questo fu esattamente (maiuscole comprese) il testo dell’avviso pubblico: “I Riccionesi hanno ottenuta una Fermata del Treno della Ferrovia presso il loro abitato col giorno primo Gennaio 1862. Essi si fanno un pregio di portarlo a cognizione delle popolazioni dei vicini Paesi,  perché possano giovarsi della graziosa concessione. Dal canto loro offrono le migliori premure,  e si ripromettono che non mancheranno quelle opportune comodità che sono richieste dalla esigenza dei Viaggiatori” . Non tutti divennero da subito consapevoli che era proprio da quel fischio di locomotiva che prendeva il via quello che sarebbe stato poi l’insospettabile fiorire  della nostra economia balneare… o meglio,  ‘vocazione’ balneare.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Garibaldi fu… colpito</strong><br />
Era il 1859,  e il generale Giuseppe Garibaldi restò per alcuni giorni presso il quartier generale di Rimini,  ad approntare la strategia di un movimento insurrezionale che aveva preso il via in Umbria e Marche. Nell’andare ad ispezionale le truppe stanziate sulla linea di Cattolica,  si racconta che si fermò a Riccione dove pure  erano dislocati molti volontari infervorati dalle sue gesta (”Non sono stati i pochi i riccionesi che presero parte ai fatti che hanno permesso l’Unità d’Italia,  tra questi Giovanni Bezzi che,  nel settembre 1870,  a Roma,  fu tra i militari che parteciparono all’impresa di Porta Pia” &#8211; dal libro “Storia di Riccione” di F.Lombardi). E Garibaldi,  probabilmente colpito dalla gente e dalla località,  dispensò queste benevole parole: “Se la fortuna corrisponde alla mia volontà di servire la causa nazionale,  io onorerò la cara mia città di Rimini (Riccione compresa…) che sì generosamente mi accolse cittadino suo.” &#8211; dal libro “Riccione” di G.Borghi</p>
<p><strong>Ospizi propizi</strong><br />
Nel 1867 i primi turisti: cinquanta bambini da curare dalla Scrofolosi,  malattia derivante da malsane condizioni di vita ed alimentazione: nella zona Paese le famiglie fornirono loro vitto e alloggio,  in cambio di 2, 30 lire al giorno pro capite. Ogni mattina i piccoli venivano accompagnati in riva al mare su carri coperti da tendoni e trainati da buoi. Ma tra le abitazioni e la riva si snodava un impervio percorso ad ostacoli: tutt’attorno le case c’era la campagna coltivata sino alla linea della ferrovia e ancor più giù si ritrovano fitti orti. Il corteo traballante e chiassoso si dirigeva ancora oltre,  attraversando un varco nell’enorme duna  alta oltre quindici metri innalzata parallelamente alla ferrovia,  per proteggerla dalle mareggiate. Il successo dell’iniziativa sanitario-turistica  porterà  nel 1877 alla costruzione della prima vera struttura ricettiva: quella dell’Ospizio Martinelli-Amati (area Grand Hotel),  che accoglieva gruppi anche numerosi di bambini provenienti da Modena,  Bologna,  Ferrara,  bisognosi di tanto sole,  mare,  e aria buona.<br />
<strong><br />
“Presente!”… e presenze</strong><br />
Nel 1861 in Romagna 84 persone su 100 erano analfabete e la lingua principale era il dialetto. E così anche per Riccione,  al tempo località dall’economia prevalentemente agricola. Le braccia dei figli servivano in campagna,  e l’obbligo di frequentazione le scuole elementari si scontrava con una priorità imprescindibile. Mancò per molto tempo una sede costruita appositamente come scuola,   e così il Comune affittò spazi dai privati che non erano però del tutto idonei,   e i corsi e gli orari venivano continuamente ridotti anche per la carenza di maestri. Per molti anni la diserzione scolastica restò alta: quasi due bambini su tre non andavano a scuola e le assenze duravano anche mesi. La situazione migliorò col passare degli anni,  e più si avvicinava l’era dello sviluppo turistico più risultava essenziale il saper leggere e scrivere. Se tra i riccionesi nel 1910 gli analfabeti erano il 38%,  nel 1920 diventarono il 20% e dopo la fine della seconda guerra il 7%.</p>
<p><strong>Litorale morale</strong><br />
Dopo svariate traversie,  una legge del Codice Civile Albertino del 1861 affermò l’accesso libero alla spiaggia,  delineando una  fascia di sessantacinque  metri dalla riva  del mare in direzione monte che diverrà proprietà demaniale. E dopo tre anni,  essendo iniziato timidamente un turismo facilitato dalla realizzazione della ferrovia,  il sindaco di Rimini  stabilì una figura che rappresentasse l’Amministrazione nella gestione e controllo del litorale: l’addetto al Servizio di Marina,  che aveva il compito di applicarne le ordinanze sulle modalità di utilizzo. A Riccione sarà il maestro comunale Leardini che dirigerà il servizio,  che poi  si trasformerà in “Direzione di spiaggia”. Incredibili i manifesti che rappresentano uno delle modalità operative necessarie ad un buon andamento del tutto. Queste le parole: “… Le persone che si bagnano sulla spiaggia marittima lungo la borgata di Riccione,  zona di questo Municipio,  dovranno conservare la separazione dei due sessi,  contenendosi entro le linee che per ogni sesso si sono demarcate con appositi segnali… I contravventori incorreranno nelle conseguenze previste dal vigente Codice Penale… gli Agenti della Pubblica Forza veglieranno con ogni accuratezza a che tutto sia scrupolosamente osservato.”</p>
<p>Maria Grazia Tosi</p>
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		<title>Colonia Dalmine</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 13:10:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Brevi note sulla colonia Dalmine
Come si può constatare, transitando sulla litoranea Riccione-Rimini, la Dalmine, una delle più importanti colonie che hanno contrassegnato la storia turistica della nostra città, è stata eccellentemente recuperata e trasformata in un albergo congressuale, dopo gli interventi eseguiti negli anni Ottanta, che ne hanno in gran parte conservato l’originario aspetto esteriore. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Brevi note sulla colonia Dalmine</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come si può constatare, transitando sulla litoranea Riccione-Rimini, la Dalmine, una delle più importanti colonie che hanno contrassegnato la storia turistica della nostra città, è stata eccellentemente recuperata e trasformata in un albergo congressuale, dopo gli interventi eseguiti negli anni Ottanta, che ne hanno in gran parte conservato l’originario aspetto esteriore. In tal caso, si è trattato di una lodevole variazione di rotta, rispetto agli anni Sessanta, allorché, il più delle volte, quelle gloriose testimonianze di un recente passato, erano abbattute  nell’indifferenza, o con il colpevole avallo delle istituzioni. Questa colonia, che prendeva il nome da una cittadina in provincia di Bergamo, è riconducibile, al pari di tante altre sorte a Riccione e sul litorale romagnolo, a quel fenomeno, diffuso in tutta Europa,  della costruzione da parte di enti pubblici ed aziende private, di edifici atti ad ospitare istituzioni di carattere sociale ed assistenziale, rivolte soprattutto alle famiglie ed  ai figli dei lavoratori. La Società Dalmine, sorta nei primi anni del Novecento a Milano, è un’industria siderurgica specializzata nella produzione di tubi in acciaio senza saldatura,  all’avanguardia a partire dagli  anni Trenta, non solo nel settore industriale, ma anche nella promozione di attività socio- assistenziali. In questo ambito, l’azienda ha  sempre profuso molte energie, e la realizzazione nel 1936 della colonia marina di Riccione, in  posizione amena a pochi passi dal mare, ha sempre rappresentato un vanto, com’è ampiamente descritto negli annali della fabbrica lombarda. L’edificio, progettato dall’architetto milanese Giovanni Greppi (1884-1960), uno tra i principali professionisti dell’epoca, venne  costruito su terreni di proprietà dei riccionesi Picagli Garibaldi e Goldoni Milziade, venduti nel 1935 alla Società Stabilimenti Dalmine. L’inaugurazione avvenne in pompa magna, secondo i classici stilemi del regime fascista e con ampio risalto della stampa dell’epoca, che sottolineò il fatto che alla “nuova imponente  colonia toccò  l’onore elevatissimo d’ essere visitata dal Duce”. Dotata di una superficie di circa 1500 metri quadrati, era circondata da un’area propria, che comprendeva un tratto di oltre 30.000 mq. di spiaggia; poteva ospitare ogni anno, in due turni estivi, sino a 400 bambini dai 6 ai 12 anni, a carico della Pro Dalmine, che si accollava anche le spese del vestiario. Nel 1940, così come altre colonie, venne provvisoriamente requisita dalle autorità, per essere adibita ad ospedale militare. Al termine del  secondo conflitto mondiale, la colonia riprese intensamente la propria attività, tanto che dovette essere  ulteriormente ampliata, al fine di poter accogliere un numero crescente di ragazzi. Nel 1953, verrà intestata al conte Franco Ratti di Desio che fu, tra l’altro, commissario straordinario della  Società Dalmine nel 1945 e suo presidente fino al 1953. Successivamente, a partire dagli anni Sessanta,  l’avvento del turismo di massa, il boom economico, e la conseguente  possibilità di potersi  permettere, a proprie spese,  un periodo di vacanze in una località prescelta, da parte di un sempre maggior numero di famiglie italiane, unito ad un considerevole  calo demografico,  porteranno alla chiusura di numerose colonie su tutto il territorio nazionale. Tra queste, la Dalmine che, dopo una ventina d’anni d’abbandono,  grazie al suo sapiente recupero per scopi  turistici, si erge  a  testimoniare ancor oggi  una “gloriosa” istituzione che, in un passato non  tanto lontano, ha permesso benefiche cure marine e, molto spesso, la “scoperta del mare”, ad un gran numero di bambini italiani.</p>
<p>Fosco Rocchetta</p>
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		<title>Istituto Savioli</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Sep 2010 08:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>famijarciunesa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Alberghiero “Savioli” I suoi primi 50 anni
L’Istituto Alberghiero Severo Savioli è nato a Riccione nel 1959, per l’azione della Signora Agenore Ferretti Fascioli, allora Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune e figura di spicco nel settore alberghiero. Per tre anni è stato sede coordinata dell’Istituto per il Commercio di Rimini, diventando autonomo dall’anno scolastico 1962/63 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Alberghiero “Savioli” I suoi primi 50 anni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Istituto Alberghiero Severo Savioli è nato a Riccione nel 1959, per l’azione della Signora Agenore Ferretti Fascioli, allora Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune e figura di spicco nel settore alberghiero. Per tre anni è stato sede coordinata dell’Istituto per il Commercio di Rimini, diventando autonomo dall’anno scolastico 1962/63 e poi sede Centrale, al cui coordinamento erano affidati gli Istituti Alberghieri della Romagna. Nel 1992 è stato intitolato a uno dei pionieri del nostro Turismo, Severo Savioli. L’Istituto ha beneficiato del sostegno della moglie, Signora Hilde Schieder. Nel corso degli anni l’istituto ha attraversato periodi di grandi trasformazioni, mantenendo inalterato l’obiettivo che, allora come oggi, è quello di formare i nuovi operatori dei servizi turistici e della ristorazione al passo con i cambiamenti che  intervengono continuamente nel settore. Oggi il nostro Istituto si pone come punto di forza nella preparazione culturale e professionale dei futuri addetti ai Servizi Turistici ed Enogastronomici. Il suo ruolo trova grande riconoscimento nei progetti dell’Amministrazione Comunale di Riccione (realizzazione del nuovo polo scolastico) e dei nostri più lungimiranti Operatori dell’Industria dell’Ospitalità (assegnazione di borse di studio e premi).Importanti anche i riconoscimenti  a livello nazionale ed internazionale ottenuti dai nostri allievi in occasione di partecipazione a concorsi e manifestazioni. Per festeggiare il cinquantenario dell’Istituto Alberghiero “S. Savioli”, la dirigenza in collaborazione col personale della scuola, nelle giornate del 12 e 13 novembre 2010 celebra, con una serie di eventi, la ricorrenza. L’evento, aperto a studenti, famiglie, Istituzioni, Operatori Economici, ed Associazioni di categoria del nostro territorio, unitamente a personaggi dello sport e dello spettacolo, non è semplicemente una commemorazione del passato ma il punto di partenza per nuovi successi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>VENERDI’ 12 NOVEMBRE 2010</strong><br />
Saluto delle autorità<br />
“La storia del Savioli” attraverso testimonianze di docenti e studenti<br />
Sviluppo e realtà turistica del comprensorio<br />
Buffet<br />
La nuova riforma scolastica applicata agli Istituti Professionali Alberghieri<br />
Coffee break<br />
Spazio Sponsor con work–shops sull’evoluzione dell’enogastronomia e accoglienza turistica in Romagna.<br />
Cena<br />
<strong>SABATO 13 NOVEMBRE 2010</strong><br />
Ripresa lavori con la partecipazione delle autorità scolastiche<br />
Coffee break<br />
Presentazione dei progetti ideati dal nostro Istituto<br />
Chiusura lavori<br />
Buffet<br />
<strong><br />
Istituto Professionale di Stato<br />
per i Servizi Alberghieri e della Ristorazione “S. Savioli” -  Riccione &#8211; Viale Piacenza, 35 &#8211; 47838 Riccione (Rn)<br />
Tel. 0541/647502 &#8211; Fax 0541/640640<br />
E-mail: rnrh01000q@istruzione.it</strong></p>
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		<title>Toponimi Costieri</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 13:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>famijarciunesa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[TOPONIMI COSTIERI ITALIANI
Particolari da Riccione a Pesaro del 1878
Il patrimonio bibliografico relativo all’affascinante settore della cartografia nautica, si è recentemente arricchito di un’opera di notevole valore storico ed artistico, che  ritengo di dover segnalare ai lettori di Famija Arciunesa: mi riferisco al  volume  di Paola Presciuttini: “Toponimi costieri italiani nella cartografia dell’Istituto Idrografico della Marina”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>TOPONIMI COSTIERI ITALIANI<br />
Particolari da Riccione a Pesaro del 1878</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il patrimonio bibliografico relativo all’affascinante settore della cartografia nautica, si è recentemente arricchito di un’opera di notevole valore storico ed artistico, che  ritengo di dover segnalare ai lettori di Famija Arciunesa: mi riferisco al  volume  di Paola Presciuttini: “Toponimi costieri italiani nella cartografia dell’Istituto Idrografico della Marina”, uscito per i tipi delle Grafiche Amadeo Centro Stampa Offset di Imperia. L’autrice, già responsabile della Biblioteca specialistica dell’Istituto Idrografico della Marina, ossia l’ente cartografico di Stato, istituito nel 1873 a tutela della navigazione in mare, può vantare  significative pubblicazioni sulla cartografia storica italiana, dell’Europa, e del Mediterraneo, ed ha scritto numerosi articoli di argomento nautico, storico e bibliografico.Inoltre, Paola Presciuttini è appassionata amministratrice del sito web, da lei ideato,  www.sullacrestadellonda.it,  un sito di divulgazione marinara, preziosa fonte di informazioni che si consiglia vivamente  agli amanti del  mare nei suoi innumerevoli risvolti. A tal proposito: archeologia marina, subacquea, cartografia, torri costiere, musei marini, imbarcazioni, terminologia nautica, storie di navi, esplorazioni, miti, mestieri, ricette del mare,  e via dicendo, costituiscono solo  alcune delle  sezioni in cui si articola questa originale enciclopedia  del mare in rete, alla quale ci si può liberamente collegare, e che mira a diffondere la cultura marinara nel senso più ampio del termine. L’interessante saggio della studiosa genovese, oltre ad essere un repertorio sintetico di toponimi costieri italiani, di cui viene ricostruita sommariamente l’etimologia, è illustrato da alcune carte rappresentative del patrimonio cartografico del suddetto ente di Stato. A fianco delle più rinomate località di mare italiane, caratterizzate da antiche tradizioni, uno spazio non trascurabile è pure dato a Riccione,  nell’ambito della rappresentazione della costa adriatica di Romagna, e della confinante regione  Marche. Il litorale della nostra città viene, infatti, illustrato in un particolare della “Costa tra Riccione e Pesaro” relativa alla “Carta Costiera da Rimini a Senigallia…1878”.  Si tratta di un rilievo eseguito nel corso della spedizione idrografica diretta dal capitano di vascello Antonio Imbert, ufficiale preposto al coordinamento dei rilievi sistematici effettuati lungo le coste d’Italia, che rappresenta uno dei primi documenti cartografici eseguiti a pochi anni di distanza dall’unificazione  del Paese. La pubblicazione riporta altresì la costa riccionese in una veduta tratta dall’opera  “Das Adriatiche Meer”, Reichs-Marine-Amt, porzione di una carta nautica curata dal servizio marittimo tedesco, e pubblicata a Berlino nel 1910. Anche questa illustrazione, compresa in una carta nautica certamente diffusa tra i naviganti europei dei primi decenni del Novecento,  in cui compaiono oltre al litorale riccionese, le colline dell’entroterra con relative rocche, tra cui spiccano quelle di Gradara e Montefiore, ha un valore storico di rilievo per una località quale Riccione. Difatti,  non avendo mai potuto disporre di un molo in grado di accogliere imbarcazioni di una certa consistenza, a seguito soprattutto della conformazione geologica del suo sbocco in mare, la nostra città ha finito inevitabilmente per essere molto meno rappresentata nella cartografia  nautica, rispetto ad  altre località minori che, pur tuttavia, dispongono dai secoli passati di porti di una certa efficacia  per l’approdo delle barche pescherecce e da turismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fosco Rocchetta</p>
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		<title>Storie di casa nostra</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 15:54:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>famijarciunesa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[La casetta nel parco
La “casetta del parco”(questa è la definizione adottata per riconoscerla nel corso del racconto), ora sede di Famija Arciunesa ed anche punto di Buon Vicinato, non era altro che un piccolo casolare facente parte di una vasta tenuta agricola di proprietà dei Conti Mattioli, che si estendeva da via Romagna a via [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La casetta nel parco</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La “casetta del parco”(questa è la definizione adottata per riconoscerla nel corso del racconto), ora sede di Famija Arciunesa ed anche punto di Buon Vicinato, non era altro che un piccolo casolare facente parte di una vasta tenuta agricola di proprietà dei Conti Mattioli, che si estendeva da via Romagna a via Genova e dalla ferrovia alla Statale, e che già dai primi del novecento apparteneva alla nobile famiglia riminese. Nella vasta area c’era anche un Castello, che il Conte Giovanni e la sua famiglia utilizzavano come residenza estiva, e che imperava al centro delle abitazioni dei mezzadri che lavoravano per lui. Della decina di famiglie di contadini che vivevano lì la più conosciuta era quella dei Tosi (i Martlòn); fu la prima che in quella zona si stabilì dopo essere scesa a mare dalle colline di Rimini. Era il 1931, e il numeroso nucleo familiare, 27 persone, abitava in una grande dimora precedentemente convento di frati, e che si trovava dove ora c’è la tabaccheria di Morena Tosi (figlia di Bruno, che ha contribuito a comporre questo pezzo di storia locale). Decise di dividersi un po’, e nella casetta del parco ci andò a vivere Attilio Tosi con moglie e quattro figli. Attilio (Tilio) era il primo figlio del patriarca Francesco (Cicòn), e dell’Esterina . Un giorno alla Messa di Don Montali, Tilio era rimasto folgorato dalla bellezza di Domizia Mondaini (Micia); dopo un serrato corteggiamento si  sposarono ed  organizzarono una grande festa nella tenuta. E’ stato raccontato come un matrimonio ben riuscito, e la casetta del parco è stata il loro nido d’amore.  “Spesso diventava anche un piacevole punto di incontro – racconta Bruno &#8211; dove Tilio che era molto simpatico si divertiva con gli amici, ridevano e si bevevano un bicchiere di vino.” Ai tempi della seconda guerra, quando le granate nemiche, oltre a danneggiare rovinosamente i tanti casolari dei contadini, provocarono gravi deterioramenti al Castello, questi venne abbattuto. Successivamente il figlio del Conte Giovanni , Guido, che non aveva amato la tenuta come il padre, cedette al Comune di Riccione buona parte dei propri terreni, quelli sui quali venne poi realizzato il parco della Resistenza e i vari impianti sportivi, ricevendo in cambio la possibilità di frazionare la parte restante in tanti piccoli lotti; preoccupandosi inoltre che ogni mezzadro ne avesse tre in dono. “Fu un grande dispiacere per noi Riccionesi per i quali il castello era una maestosa costruzione che sicuramente arricchiva il paesaggio architettonico e che sarebbe stato bello poter salvaguardare” – continua Bruno. Quella che invece rimase a suo posto fu la casetta, dove vissero sino ai primi anni ‘70 Tilio e la Micia. Venne espropriata  dal Comune che stava realizzando il parco, anche se poi restò lì per diversi anni inutilizzata. “Si allontanarono a malincuore – conclude Bruno Tosi -, per andare a vivere in un appartamento poco lontano da lì. Ma loro due erano veri figli della terra e soffrirono molto nel lasciarla: Tilio se ne stava sempre alla finestra a guardar fuori… Morirono alla fine del ’77 a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra.” La Casetta del parco resta la testimonianza di un mondo agreste che rappresenta, assieme a quello marinaro, la doppia identità delle nostre radici. E curiosamente, ‘dentro’ la casetta, Famija Arciunesa continua ad occuparsi dell’approfondimento delle medesime.</p>
<p style="text-align: justify;">
Maria Grazia Tosi</p>
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		<title>Un po&#8217; di storia</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 15:42:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>famijarciunesa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il toponimo di Riccione
La storia del toponimo di Riccione è, in fondo, istruttiva perché la sua interpretazione ha dato luogo (e lo dà ancora) a diverse ipotesi, alcune del tutto fantasiose, altre invece volte alla ricerca quasi esasperata di una “nobilitazione”, come se l’origine botanica fatta propria dai più accreditati specialisti non fosse ritenuta accettabile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il toponimo di Riccione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La storia del toponimo di Riccione è, in fondo, istruttiva perché la sua interpretazione ha dato luogo (e lo dà ancora) a diverse ipotesi, alcune del tutto fantasiose, altre invece volte alla ricerca quasi esasperata di una “nobilitazione”, come se l’origine botanica fatta propria dai più accreditati specialisti non fosse ritenuta accettabile rispetto all’importanza assunta oggi dalla città. Giulia Maestrelli Anzilotti fa risalire il nome all’epoca romana, mentre Adamo Vaselli nella sua tesi di laurea lo inserisce fra quelli originati da “luoghi incolti e selvaggi”. Lo studio più completo del toponimo si deve a Otello Pasolini, il quale fra l’altro racconta che: “la prima ipotesi sul nome di Riccione risale a Domenico Paolucci, un raccoglitore di memorie romagnole vissuto nella prima metà del secolo scorso, il quale riporta l’opinione di alcuni che facevano riferire il nome del luogo ad una grande rocca (Arcion come accrescitivo del latino arx, arcis) che Nicolò Piccinino, Gonfaloniere di S. Chiesa, avrebbe fatto costruire ivi ‘per porvi soldatesche’ nel 1443. Il Paolucci continua riproponendo una sua ipotesi e cioè che il nome di Arcione sia stato dato al luogo dalla natura del terreno, il quale, essendo depresso tra il rio Melo e la frazione Fontanelle, presenta proprio la figura dell’arcione della sella del cavaliere. Il nome compare in due documenti del ‘Codice Bavaro’, nel n. 9 (territorio Ariminensi in loco qui vocatur Arcionis) e nel n. 67 (in loco qui dicitur Arcioni). Il primo sospetto che si tratti di una denominazione di carattere botanico viene spontaneo se si considera che numerosi sono i toponimi di questo genere. Basterà ricordare i vari Albereto, Meleto, Laureto, Cerreto, Cerasolo, ecc., così diffusi in Romagna (&#8230;). Questa ipotesi era già stata suggerita nel 1831 da Basilio Amati che, oltre al toponimo Arcione, faceva derivare da voce greca di erba foglie larghe (da Plinio, I, 2, 9, detta persolata perché similis personae), anche i nomi del Castello Arcion nell’antico Lazio. Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia” ricorda un’erba molto comune anche nelle nostre terre  “Graeci arcion vocant”. Altri scrittori latini parlano poi di questa erba come di pianta largamente usata in medicina. Si tratta quasi sicuramente di quella pianta spontanea che P. A. Mattioli classifica col nome di Lappa Major e Linneo invece chiama, con nome più vicino al greco, Arctium Lappa. Essa ha foglie larghe e ruvide. Produce frutti di forma ovale, grossi come olive, e ricoperti di piccoli aculei coi quali si attaccano facilmente alle vesti e al vello degli animali. L’importanza della lappa è dovuta alle sue proprietà che la rendono una delle piante più usate in medicina contro la tosse, il male degli arti, l’ulcera, anche oggi [l’autore scrive nel 1949], in certe campagne qualcuno ne usa il decotto come sedativo contro la tosse. Questa pianta, che cresce spontanea ed abbondante sulle nostre spiagge e dovunque trovi un poco di umidità, certo dovette un tempo ricoprire gran parte dell’agro riccionese al quale diede senza dubbio il nome, durante l’occupazione bizantina del secolo VI d.C.<br />
L’origine del nome di Riccione, veduta in questo modo, corrisponde bene a ciò che sappiamo della storia del centro, che in età più antica si trovava sul luogo dell’odierna frazione Fontanelle, lungo la depressione scavata dal rio omonimo (ambiente assai idoneo alla formazione di campi di lappa); solo dopo il terremoto del 1706, che rovinò la chiesa di San Martino in Arcione, si spostò in posizione alquanto più elevata, cioè sull’emergenza che forma una lieve dorsale tra i rii Melo e Fontanelle. Qui, accanto a un antico fortilizio, si era già formato un piccolo centro chiamato, nel secolo XVII, Le Casette, che poi con la chiesa ricevette il nome di Riccione”. Le varie modalità con le quali il nome di Riccione ci è stato tramandato sono esaurientemente riportate nelle schede in calce al contributo di Oreste Delucca, “Il territorio delle Fontanelle nel Medioevo”, riferentesi ad atti notarili. Vale la pena di elecarle: dal 1177 al 1708 Arzonis, Arzune, Arzono, Arzunis,  Arzuni, Arcione, Arcioni, Arcionis, Arzone, Orzane, Aretiono, Arzon, Arzoni Arezzoni. Il toponimo Casette (che appare per la prima volta nel 1654) afferma correttamente Fosco Rocchetta in “Tragedie del mare nei secoli XVIII‑XX”, “si riferisce ad un primo raggruppamento di abitazioni sorte lungo la strada consolare Flaminia, che diede vita verso la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700 alla borgata di Riccione.<br />
Antecedentemente la gente viveva sulle alture. Al fine di trovare scampo in occasione degli sbarchi pirateschi”. Un altro toponimo Casette è tuttora esistente in territorio di Misano Adriatico. Abbiamo quindi per il nome una derivazione romana, una derivazione bizantina, mentre Augusto Vasina lo classifica come “toponimo latino medioevale”.<br />
Fosco Rocchetta con il saggio “Sul nome di Riccione” in “Tracce di Storia” riprende le due ipotesi del Paolucci e aggiunge, “a testimonianza della varietà e la molteplicità delle fonti”, l’esistenza a Roma di vari toponimi riferibili ad Arcione, come il vicolo in Arcione, la chiesa di San Nicola in Arcione e quella di San Lorenzo degli Arcioni, e che “il toponimo si fa risalire alternativamente all’antica famiglia degli Arcioni oppure agli archones dell’acquedotto romano, oppure all’archemonio, mercato greco che si trovava nelle vicinanze”. Per la derivazione di Riccione da arx, si può notare che mentre la prima menzione di Riccione risale, come abbiamo più volte visto, all’ 810, il Castello degli Agolanti (l’unico costruito nella nostra zona) risale, secondo Currado Curradi al 1324; anche se Rosita Copioli ne documenta l’esistenza fin dal 1256. Nevio Matteini riporta ancora l’ipotesi dell’arcione, questa volta però non legata alla natura del luogo, ma al fatto che i pellegrini provenienti a cavallo dal nord e diretti a Roma, una volta ristorati (a Riccione), rimontavano “in arcione” per affrontare la salita dei colli marchigiani. Del resto Giuseppe Borghi : “Non lontano dal luogo ove sorge la borgata di Riccione era in antico una località chiamata Terzo (ad Tertium), probabilmente una stazione di cavalli fra Rimini e Pesaro collocata al terzo miglio romano da Rimini sulla Via Flaminia. Nella località il Terzo vi era un fondo che si chiamava Arcione (in loco qui dicitur Arcioni) donde per trapasso filologicamente assai spiegabile, si ebbe in dialetto Arzon, A’rzon e poi Rzon”. Il gruppo ‘ar’ è diventato in italiano ‘ri’; quindi Arciòun uguale a Riciòun. Veniamo ora al suono ‘ou’; in italiano diviene ‘o’; quindi Riciòun uguale a Ricion. Da Riciòn a Ricione e quindi Riccione il passo è facile. Ora il problema si pone per l’etimo: da Arciòn o da parola latina più antica? Si propende per una parola latina: Hericiones o Ericiones, accrescitivi popolari di Hericius o Ericius, riccio e si danno due significati:<br />
1) riccio, animale marino o terrestre irto di aculei;<br />
2) macchina militare;<br />
Non v’è dubbio che l’etimo di Riccione è Hericius. Il gruppo aspirato he è caduto subito; la parte restante, Ricius, ha subito la celtizzazione in Arcius, ricevendo poi la forma dell’accrescitivo popolare: Arcion, Riccione, quindi, significa ‘Tronco armato di aculei di ferro lunghi e per estensione, ‘Grande accampamento militare trincerato’. Quando la nascita del nome? Qual è l’origine storica? Si può avanzare un’ipotesi. La colonia latina di Ariminum viene fondata nel 268 a.C. con confine al fiume Rubicone, La pianura fino a Rimini doveva essere in parte paludosa: la città o l’area di Rimini erano poco idonee alla difesa: vi poteva forse essere una postazione avanzata, un centro di osservazione, una piccola avanguardia. Il grosso dell’esercito (la colonia costituiva il confine settentrionale d’Italia) doveva trovarsi in un luogo sicuro e strategico: Riccione. A Riccione la Pianura Padana termina ed inizia la collina, passaggio obbligato nord‑sud. A Riccione c’era la base delle truppe romane a difesa dell’Italia, baluardo contro i Celti e contro i Cartaginesi. Rimini verrà fortificata solo in età augustea e l’Arco d’Augusto ne è una porta. E se Riccione dovesse il suo nome all’accrescitivo della parola latina arx, rocca o cittadella o altura fortificata? Non sarebbe altro che la conferma di quanto detto sopra”. Un’ulteriore diffidenza verso l’ipotesi botanica viene avanzata da Loris Bagli nel saggio “Tra mare e collina: ambiente e natura di un’area urbana”: “Negli stessi ambienti (sabbiosi) troviamo la Nappola italiana (Xanthium italicum), conosciuta per gli abbondanti frutti spinosi. Questa pianta comune anche presso i torrenti e gli incolti aridi, ha dato luogo in passato ad alcune disquisizioni circa l’origine del nome di Riccione. Secondo due autori (Dante Tosi e Otello Pasolini) il nome di Riccione trova la sua origine nel fitonimo Arctium, divenuto poi Arcione e Riccione.<br />
Abbiamo quindi: la derivazione da un castello (che ancora non esisteva), quella dall’arcione come forma topografica del terreno, quella dell’arcione del destriero sul quale risalivano i pellegrini, un ulteriore arcione attribuito a San Martino quando (si dice) scese da cavallo per donare metà del suo mantello al pellegrino, quella di una fabbrica di orci (non essendovi in luogo gli archones dell’acquedotto), quella originata da una (nobile, senz’altro) famiglia Arcioni e quella molto più gratificante di essere stato un grande accampamento militare trincerato ed infine la sottile distinzione fra l’Arctium tappa e lo Xantium italicum.</p>
<p style="text-align: justify;">Sintesi da: L’intelligenza del luogo di Rodolfo Fracesconi</p>
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