Il colore fa la differenza

mercoledì, dicembre 1, 2010
da famijarciunesa

IL COLORE FA LA DIFFERENZA

Tre cittadine riccionesi, ma che non sono italiane. E’ interessante verificare, direttamente dalle loro testimonianze, se la nostra cosmopolita città lo sia in concreto, o se invece la proverbiale ospitalità che ci contraddistingue non venga elargita ‘a pagamento’, esclusivamente cioè nei confronti del turista, fondamentale pilastro della nostra economia. Mimoza, albanese. Lavorava nel suo paese come ragioniera, il marito ingegnere, un figlio di 2 anni e due genitori; la guerra civile non garantiva tranquillità, e nel ’97 arriva qui con loro, dove già abitano sua sorella e suo cognato con le rispettive famiglie. “Pensavamo di starci un anno, ma abbiamo trovato casa e lavoro… e ne sono passati  già tredici; a me e mio marito piacerebbe anche ritornare là, ma non lo faremo probabilmente per nostro figlio. E’ cresciuto qui e si è perfettamente inserito sia con gli amici che nella scuola. Frequenta il L. Scientifico e va a calcio come tanti ragazzini della sua età. E’ stato aiutato nell’apprendimento della lingua dalle sue maestre d’asilo e io stessa ho frequentato un corso organizzato dalla parrocchia dell’Alba.  Facilitata dall’avere già qui tanti familiari, devo dire che comunque  sono stata accolta bene dai riccionesi. Certo che dipende molto dal modo col quale ci si pone… non nego che all’inizio ho dovuto assumere un atteggiamento ’morbido’, sorvolando qualche piccolo commento col sorriso sulle labbra. Posso ringraziare tante donne del posto che mi hanno aiutata nella mia ricerca di lavoro e d’ambientazione.” Alla domanda se a Riccione cerca i contatti con gli altri albanesi presenti risponde: “Direi di no, anche perché qui ho tutti i miei parenti, e il tempo libero lo dedico a loro; credo che la tendenza a fare gruppo sia legata al fatto di aver lasciato il resto dei propri cari nella nazione dalla quale si è partiti.” Una curiosità: Mimoza racconta che nel suo paese aveva già precedentemente conosciuto una riccionese: Suor Licia, che lì prestava la propria opera solidale presso il Centro… “Alba”. Ludmila, moldava, ingegnere. Vedova e con una figlia adolescente che praticava la danza sportiva ad alto livello, si ritrovava ad affrontare spese troppo esose. Si sposta da sola qui a Riccione, trovando un’occupazione estiva. “Sono arrivata come ospite di una compaesana che lavorava come badante. E’ importante avere un punto di riferimento quando si giunge in un luogo sconosciuto, anche due o tre parole bastano per instradarti. Quando poi mi sono sistemata ho saputo che una signora cercava una ragazza come aiuto parrucchiera; mia figlia aveva già iniziato là un percorso professionale che ha finito qui a Riccione, trovando quasi subito un buon posto.” Il problema della lingua è stato risolto da Ludmila prima di sbarcare in Italia  grazie ad un corso trimestrale, per rendere più facile il proprio inserimento sociale.  Nei primi tempi qualche pregiudizio l’ha dovuto affrontare, sul lavoro e non: “Ma cercavo di fregarmene, e quando rientravo in casa di dimenticare. Mi sono pian piano rasserenata, e ora le persone che mi sono più vicine sono italiane: dice una mia amica che più che straniera sembro una ‘napoletana’; questo per dire che l’integrazione dipende anche molto dal carattere.” Il desiderio di Ludmila è quello di ritornare nella propria terra? “No, no, io voglio stare qui a Riccione, guadagnare, comprare una casa. Anche perché non ho più nulla che mi attira là: i miei genitori sono morti e qui ho mia figlia… ed ora anche mio marito, che ho sposato in Municipio un anno fa. Lei, invece, nonostante qua stia bene e abbia legato con le sue colleghe, non esclude di farlo; ora sta prendendo la patente, e da noi non è facile comprarsi una macchina…” Betty, nigeriana, laureata in Scienze. Qui è tutto un altro paio di maniche. L’accettazione infatti che in generale si rivolge agli stranieri… è rivolta agli stranieri ‘bianchi’. “Il colore della pelle è ancora un problema: il riccionese, e non solo, preferisce avere a che fare con uno straniero meno bravo ma con la pelle simile alla sua, piuttosto che uno bravissimo ma di pelle scura! Questo non vuol dire che nei vent’anni che ho abitato qui non mi sia inserita… ma è stato molto difficile. I pregiudizi legati all’aspetto hanno avuto il proprio peso inizialmente anche nei confronti dei miei due figli; per fortuna sono ragazzini molto bravi, sia a scuola che nello sport, se no sarebbe stata molto più dura per loro.” Da tenere conto poi che Betty dal 2003 è riuscita ad acquisire anche la nazionalità italiana, essendo nel nostro paese dall’80, quando raggiunse quello che sarebbe diventato poi suo marito, laureato in Italia, e che a Riccione è restato per diverso tempo prima di ritornare in Nigeria per un interessante lavoro. “E’ stato più facile per me trovare delle occupazioni, mentre lui  qui era finito a lavare le pentole. Ora sono sola coi miei figli e mi piacerebbe riunire la famiglia, ma voglio restare ancora perché il livello delle scuole pubbliche in Nigeria non è dei migliori e quelle private sono inaccessibili. Adesso, comunque, la discriminazione è un po’ meno prepotente: è un ricordo lontano lo spiacevole momento quando un albergatore che cercava personale mi disse – va bene… posso prenderti… ma nessuno deve vederti! – Accanto a tante persone liberali, che quando ti conoscono bene ti rispettano e ti diventano amiche, purtroppo c’è qualcuno che ancora teme l’uomo nero!”

Commenti non consentiti.

Marcar Rimini
Ceccaroli
Composet
Michelotti Santini
Guest.it
Spazio Assiamica
cd arredamenti
ediltutto
riccionese tendaggi
carrozzeria artigiana
ranch saloon
Muccioli
cavalluccio marino
bottega imbianchino