Cirocani e Neti

mercoledì, giugno 29, 2011
da famijarciunesa

E mi non Luigi “Cirocani”
E mi bà “Neti ad Purcatera”

Questo è il compendio della storia di due “lupi di mare”, pescatori pelagici. Questo tipo di pesca si svolge in alto mare ed è zona riservata a gente esperta. A questo proposito Dante Alighieri conferma la pericolosità di quanto sopra… “uscito dal pelago alla riva, si volge all’acqua perigliosa e guata”. Il ramo genealogico di questi Serafini, per quanto ci è pervenuto, parte dal 1785 con Giuseppe, che, a differenza dei suoi eredi era colono sui poderi del conte Zollio in zona Fontanelle di Riccione. Segue Michele, primo pescatore pelagico che aveva la caratteristica di imprecare in dialetto maccheronico con “Cirocani” -  cielo cane, patronimico che trasmise ai suoi successori. Da mio nonno Luigi, dal quale nacque mio padre Mariano, che cambiò l’imprecazione in “purcatera” – porca terra. Dei suoi fratelli, anche loro pescatori d’altura, Aristide (Pietro), Virgilio e Giovanni, scriveranno, se lo vorranno, i loro figli. Il nonno Luigi, brevilineo, di carattere mite e tendente al timido, coi fianchi fasciati da uno straccio di rete da pesca e pipa in bocca si trasformava da vero “parone” – capobarca, appena usciva dal porto. Determinato, tempestivo nelle sue decisioni infondeva sicurezza al suo equipaggio. Alternava la pesca, al trasporto della ghiaia da Chioggia lungo la riviera romagnola con a fianco suo figlio Mariano ancora bambino che cominciava a prendere confidenza col mare. La passione la trasmise a mio padre che col tempo divenne suo vice. La sua fama è provata dalla gigantografia in tenuta “casual marinara”posta all’ingresso della mostra della marineria riccionese presso il Palazzo del Turismo. A conclusione di questo breve ritratto di questo grande personaggio, mi piace ricordare, fra i tanti aneddoti che lo riguardano, il seguente. Saltuariamente il parone ospitava a bordo la moglie con le mansioni di cuoca. Accadde che in piena zona pelagica, con mare grosso, il nonno rivolto al figlio, mio padre, gli disse: “prendi il timone che vado sotto coperta per vedere come sta quella poveretta di tua madre”. Sceso trovò la moglie Maria, donna segaligna e di carattere tosto, tranquilla, che abbracciandolo lo aiutò a spogliarsi pretendendo di fare l’amore. Tornando in coperta trovò il figlio in ansia che gli chiese: “bà cum la sta la mà?” Ed il nonno con un sorrisino: “la tu mà la sta mèj ca ne tè!”. Mio padre Mariano più noto come “Neti”, nome impostogli da suo nonno, raggiunse la notorietà per le innumerevoli peripezie e la perizia con cui le ha superate. Non era un temerario, ma conscio dei rischi che affrontava con il suo motto: “ama il mare, temilo, rispettalo” così con l’esperienza e una dose di fortuna potrai evitare grossi guai. Prima di uscire dal porto, seguiva un famoso detto: “tramontana chiara, ponente scuro, prendi la barca e mettila al sicuro; ponente chiaro e tramontana scura,  esci con la barca e non aver paura”. Una delle esperienze più tragiche alla quale ha assistito nei suoi cinquant’anni di mare, si è verificata sempre in altura, la notte del 17 gennaio 1929, quando un violento fortunale sorprese un’intera flotta di natanti. Buona parte di essi puntò rapidamente verso la riva dove incapparono nel pieno della violenza della burrasca. Fu una tragedia con la perdita di numerosi pescatori. Questo infausto evento, a distanza di oltre 80 anni viene ancora ricordato come una carneficina del mare. Mio padre, invece, non tentò la via del ritorno, ma ancorò la barca, fece ridurre le vele e puntò la prua contro vento. Così salvò sé stesso, il suo equipaggio e la barca, facendo rotta due giorni dopo verso il porto di Pesaro. Nell’estate del 1932, durante la pausa della grande pesca, esercitava l’attività di salvataggio. Gli accadde con mare grosso, di dover soccorrere una bagnante in procinto di annegare. Adagiatala sul moscone, causa una improvvisa onda anomala, venne sbalzato in acqua sbattendo la nuca contro il pattino. Ciò gli procurò una emiparesi destra che lo rese claudicante per il resto della sua vita, ma non gli impedì, una volta ristabilitosi, di riprendere la sua principale attività per altri venti anni. Un’altra brutta avventura ha corso nell’immediato dopoguerra, con il rischio delle mine marine poste a mò di sbarramento ed ancora da bonificare. Durante una battuta di pesca assistette ad un dramma che lo “sfiorò”. A meno di 200 metri dalla sua barca, vide un peschereccio saltare in aria scomparendo tra i flutti. Mia madre Aurelia era solita portarmi in spiaggia, in attesa di scorgere all’orizzonte la barca con il simbolo sulle vele a noi familiare. E stringendomi a sé, ero un bambino, mi diceva: “tu Piero non farai mai il mestiere di tuo padre, ricordatelo!” Infatti, pur amando il nostro mare, non mi ha mai “ospitato”, se non per qualche sana nuotata. L’ultima disavventura in ordine di tempo accadde la notte, sempre in alto mare. Mio padre colpito da lancinanti dolori all’addome diede ordine al suo equipaggio di puntare “a tutta” verso il porto, quindi fu portato d’urgenza al Ceccarini dove il mitico dott. Moro diagnosticò una grave ulcera perforata. Dopo oltre 4 ore, alle 5 del mattino, fu dichiarato fuori pericolo. Rimessosi in sesto, pur continuando la pesca, d’estate era stato assunto dall’azienda di soggiorno quale manutentore dei campi da tennis, ora “Villa Mussolini”, dove il sottoscritto in giovanissima età, ha  fatto il raccattapalle al Duce ed ai più grandi giocatori del mondo in tour a Riccione. Successivamente calcai quei campi come maestro di tennis creando la prima delle sei scuole fondate da me nell’Italia del nord. E pensare che ero a due passi dal diploma di “scadente” geometra. Curioso destino! Ma questa è un’altra storia!

Piero Serafini

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