Don Carlo Tonini

venerdì, ottobre 14, 2011
da famijarciunesa

133 anni fa moriva don Carlo Tonini,
un instancabile promotore di Riccione.

E con 50 bambini bolognesi nasceva il turismo sociale

Don Carlo Tonini nasce a Rimini nella Parrocchia di S. Agnese nel 1807. A nove anni è già in seminario, orfano di entrambi i genitori, con due sorelle ed un fratello più giovane nella miseria più nera. Il padre Francesco e la madre Caterina Mercatelli, morirono probabilmente di stenti, erano anni di grandi carestie, con gli eserciti di mezza Europa che si inseguivano lungo la Penisola e a questo bambino pio ed intelligentissimo, sebbene poco dedito allo studio, tale orribile sorte venne evitata per l’intercessione del parroco Don Gaetano Frioli e la benevolenza del vescovo Monsignor Valfardo Ridolfi che gli permisero l’accesso gratuito in seminario. E’ nominato parroco a Riccione nel ‘32 a 25 anni. Il suo è un tempo difficile, intervengono mutamenti di ordine economico e sociale, tali da far cadere in profonda crisi l’economia extragricola della parrocchia. Siamo nel 1850 e, contrariamente a quanto si possa credere, la metà della popolazione si dedica ad attività non agricole e tale popolazione è concentrata nella fascia a mare e soprattutto lungo la via Maestra (C.so F. Cervi); là sono attive tre locande, le stalle per il cambio dei cavalli, attività legate all’indotto commerciale delle produzioni dell’entroterra, in quanto solo in quel punto queste possono confluire su una strada di collegamento. Riccione è in posizione strategica, fuori della cerchia urbana, è il passaggio obbligatorio di tutte le merci e persone che dalla legazione delle Romagne attraverso l’Emilia e l’Adriatica vogliono confluire verso Ancona seguendo l’Adriatica stessa, oppure il Furlo e Roma seguendo la Flaminia, la distanza da Bologna e da Ferrara è tale da obbligare il cambio dei cavalli. C’è fermento anche in agricoltura, sulla base del catasto Calindri, si imponevano le imposte al terreno non in base al reddito ma alle redditività potenziali, costringendo i grandi proprietari terrieri ad aumentare le produzioni e a bonificare le ultime paludi a monte della Flaminia. I «casanoli» ebbero lavoro continuativo per bonificare la piana della Colombarina e quella di Fagnano. II predecessore di Don Tonini, Don Pietro Grandicelli censisce attorno al 1830, 800 persone, il sucessore, Don Luigi Bugli, 1300. Quanto sopra detto toglie il paese dall’indecenza: la mortalità infantile non è più al 50% e la vita media a 23 anni come prima del ‘30. Si forma a Riccione anche la nuova borghesia locale, che timidamente si affianca all’aristocrazia terriera riminese. II capomastro Giovanni Mazzocchi alloggia 14 famiglie nelle sue case, Francesco Papini agricoltore e commerciante acquista una barca al parone Settimio Mercatelli, il figlio Giovanni finanzierà la prima colonia al mare a capitale riccionese. Don Tonini riprende la parrocchia alla fine di questo periodo, c’era già stato dal ‘32 al ‘37, prima d’essere chiamato in duomo, ritorna nel’48 per restare fino alla morte avvenuta trent’anni esatti dopo. Viene richiamato per far dimenticare la triste esperienza di Don Antonio Fiorani Ronci, che venne addirittura espulso e processato, e per gestire un periodo difficile della chiesa e della comunità parrocchiale. Dal ‘48 al ‘60 l’instabilità politica e il brigantaggio rallentavano i traffici, una serie di naufragi con perdite di barche e molte vite umane fa maturare nei padroni delle barche migliori la volontà di trasferirsi. La foce del Melo non dà garanzia; non si esclude anche una riduzione dei mercati, la fine delle bonifiche lascia i «casanoli» senza lavoro continuativo. Ma il colpo mortale avverrà nel ‘61 – un anno dopo l’unificazione – quando la ferrovia costruita a tempo di record azzera il lavoro della Flaminia. Bologna è città d’Italia, può comunicare con il sud anche attraverso la Toscana e allacciare rapporti commerciali liberi col nord, Roma è isolata e in definitiva Riccione è tagliata fuori. Don Tonini non s’arrende, fa della risoluzione dei problemi economici dei suoi parrocchiani il motivo terreno della sua missione. Inizia col far progettare la palificazione del Melo, ma non trova i finanziamenti, pur cercandoli ovunque. Ci penserà la Ceccarini nel 1897, 19 anni dopo la sua morte, stanziando le 60.000 lire che necessitano. Questa sconfitta non lo ferma, va spesso in biblioteca a Rimini, è un buon storico, sa dove e come cercare, s’informa su tutto ciò che può destare le sue curiosità, compresa quella benedetta macchina a vapore che ha permesso la ferrovia. Si prefigge un secondo obiettivo, far fermare il treno al casello di Riccione: solo attraverso i collegamenti sarà possibile cercare un’attività ai suoi paesani. Va a Torino, va a Firenze, muove tutte le persone influenti che può. Non sappiamo cosa abbia potuto raccontare in quelle sedi, sappiamo di certo che la prima fermata di un treno omnibus è autorizzata nel 1865 quale prova. Dal numero dei passeggeri, si vedrà se sarà il caso di tenerla o sopprimerla: un passeggero al casello di Riccione c’era sempre, era Don Tonini- che a sue spese faceva il pendolare con Rimini. Ottenuti i collegamenti, c’era da trovare una nuova attività e qui è la sua grandezza. Dalle sue letture sa che in Europa ci sono studi attorno alla cura di una malattia dei nodi linfatici della scrofola, la terapia migliore è lo iodio contenuto nell’acqua di mare. A Bologna si è formato un comitato con lo scopo di inviare i bambini al mare, il nostro parroco ne forma uno a Riccione, ne diventa vicepresidente prende contatti con Bologna e nell’estate del 1867 cinquanta bambini ammalati di quella provincia iniziano ufficialmente il turismo riccionese, ospiti delle nostre migliori massaie, divisi in base all’età ed al tipo di linfatismo. La retta è di 2,30 lire giornaliere, il trasporto al mare su carri trainati dai buoi, lungo la carraia Viola dell’Insegna. Assistente e ‘animatore culturale’ gratuito l’onnipresente Don Tonini. A questo gruppo ne seguì un secondo di 57 bambini e l’ispettore inviato da Bologna, dottor Verardini, rimase stupefatto dall’efficienza e dallo zelo dei riccionesi: probabilmente non sapeva che c’era una tradizione di secoli lungo la Flaminia in quanto ad ospitalità di viaggiatori e pellegrini. Dietro i bambini vennero i genitori e chi altro, dando origine al turismo balneare. I riccionesi alla sua morte lo definirono «il precursore del movimento dei ferrovieri», di lui sopravvivono i suoi diari ed un libro divulgativo scritto nel 1868 «Cenni sul paese di Riccione e i suoi bagni marittimi di Don C. Tonini, parroco di detto luogo» citato dal Borghi ma irreperibile. Quello che stupisce maggiormente è che è ancora vivo il suo operato nella memoria storica dei riccionesi. E’ tempo di onorare la memoria a 133 anni dalla morte di questo sacerdote dedicandogli qualcosa di veramente importante, non solo si salderebbe un debito di riconoscenza ma si mirerebbe anche al recupero della nostra storia.

Alberto Ciotti

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