Don Pietro
Don Pietro ha lasciato Riccione Era la “Quercia” dell’ospedale
Durante la messa pomeridiana di domenica 27 giugno, don Pietro Cannini (classe 1919) si è congedato dal “Ceccarini”, dov’era cappellano dal 1952, e ha ceduto il testimonial a don Angelo Rubaconti, parroco di Misano. Dopo mezzo secolo il granitico sacerdote si è trasferito nella Casa del Clero a Rimini per godersi il meritato riposo. Un passo obbligato, ma davvero sofferto per l’anziano sacerdote che, nonostante i suoi 92 anni, con passo lesto e felpato, si aggirava ancora tra un reparto e l’altro, offrendo assistenza spirituale e conforto sempre con massima discrezione e umiltà. L’ospedale per don Pietro era ormai diventato la sua casa. Qui svolgeva il suo apostolato e qui viveva con l’essenziale in un piccolo locale all’ultimo piano. Nato a Vecciano (Coriano), dove sono venuti alla luce anche gli altri suoi dieci fratelli, ha cantato messa nel 1952. E’ stato cappellano per due anni a Scacciano (Misano), e per altri quattro nella parrocchia di San Martino, finché nel 1960 è entrato per sempre al “Ceccarini”. Dirigenti, medici, infermieri, operatori e autorità, assieme ad alcuni semplici cittadini e al direttore dell’ospedale Romeo Giannei, hanno salutato lo storico cappellano nel corso di una cerimonia ad hoc. Con un tenue sorriso don Pietro ha esordito, dicendo: “Voglio fare un duplice ringraziamento. Il primo, verticale,va a Dio che mi ha conservato la vita così a lungo e mi ha dato tanti doni per condurre la missione evangelica. Ho trascorso la mia vita prima per i bambini, poi per i poveri, gli anziani e gli ammalati, qui in ospedale, e quando c’era bisogno, a Casa Serena. Il secondo grazie, orizzontale, va alle persone. I miei sessant’anni di sacerdozio li ho spesi in comune collaborazione, mai uno screzio con nessuno. In questo ospedale ci siamo sempre aiutati reciprocamente in tutto e con rispetto”. Parole confermate dalle numerose e toccanti testimonianze anche “Don Pietro è stato una presenza amorosa per malati e medici. La mattina alle 6 l’ho visto tante volte, con il Santissimo sacramento, in giro per le camere a portare la comunione”, ricordo il cardiologo Pierangelo Del Corso. “Alle 7 ci davamo subito il buongiorno in ascensore, questo mi mancherà!”, esclama il primario Luca Garulli. La collega Marina Gambetti ricorda i tragici incidenti, quando non si trovava il coraggio di comunicare i decessi dei giovani ai genitori “mi chiudevo nel Pronto soccorso e chiamavo don Pietro, per darne notizia insieme e offrire un po’ di conforto”, racconta. “Don Pietro per la sua umanità è stato un punto di riferimento prezioso per il malato che, spesso, ha bisogno di una parola in più e di una medicina in meno”, testimonia il primario Andrea Grossi. “Ho compiuto trent’anni di “Ceccarini” da poco e posso ben dire che don Pietro è stato una presenza che ci ha accompagnato sempre e ovunque, encomiabile!”, fa eco il medico Manlio Sanseverino. Poi la nota di Gloria Monticelli. “Conosco don Pietro dal 1980 – conclude – è stato un aiuto importantissimo, soprattutto di notte, quand’eravamo soli con una trentina di persone e si temeva il decesso, lui ci aiutava in tutto”. A don Pietro va il grazie dell’intera città e anche di Famija Arciunesa.
Nives Concolino















