M. Anita Semprini

venerdì, aprile 15, 2011
da famijarciunesa

Marianna Anita Semprini da Riccione

Un’eroina di altri tempi
Marianna Anita Semprini è uno di quei personaggi che, per essere vissuta in tempi in cui non esistevano i moderni “mass media”, pur avèndo dato prova di grande coraggio e spirito di volontariato fino al sacrificio di sè, è rimasta sconosciuta alla quasi totalità della popolazione riccionese. Soltanto i nipoti, figli dell’unico figlio che ella lasciò orfano all’età di 13 anni, la ricordano ancora e le portano un fiore il giorno dei morti, lassù sulle prime pendici del Monte Titano, nel cimitero monumentale di Montalbo. Sì, perché Ella morì nel territorio della Repubblica di S. Marino nel lontano 15 febbraio 1925.

Queste furono le vicende
che la coinvolsero e le furono fatali
Nel primo quarto del XX secolo la Repubblica di S. Marino era stata colpita da numerose epidemie, come quella colerica del 1911, l’epidemia di influenza Spagnola del 1918 e quella di tifo addominale del 1924-1925. Quest’ultima epidemia, la più grave delle tre, è quella che avrebbe coinvolto fino alle estreme conseguenze Marianna Anita Semprini.

Le cause dell’epidemia di tifo addominale
In quel periodo le condizioni igienico-sanitarie del territorio Sanmarinese erano piuttosto precarie. Il sistema fognario era inesistente. Un unico collettore, scavato nella pietra viva era soggetto ad infiltrazioni e scaricava i liquami in aperta campagna a sud del Monte Titano. Le case erano prive di servizi igienici e si usavano latrine con pozzi neri anche nell’Ospedale e nel Ricovero. L’immondizia era raccolta alla periferia del centro abitato ma non veniva distrutta, perciò i forti venti che battono sovente il territorio la disperdevano per la campagna. Inoltre va segnalata l’assenza a San Marino fino al 1935 di un Ufficio Sanitario o di un Organo di sorveglianza sanitaria.

L’epidemia
Verso la fine del novembre 1924 ii tifo addominale cominciò a serpeggiare tra la popolazione in forma endemica, ma già verso la fine di quell’anno assunse forma epidemica. Malgrado il morbo si diffondesse in forma sempre più allarmante ed estesa nessuna comunicazione veniva fatta alla Reggenza dal medico condotto dott. Vendola, il quale, proprio nel momento più acuto dell’epidemia, il 28 dicembre, si dava malato. Solo da quel momento il dolt. Gino Angeli, appena nominato a capo della Commissione Sanitaria, denunciava l’esistenza dell’epidemia. Col concorso e la collaborazione del Governo italiano si riuscì a far accettare al dott. Felice PuIlè la nomina di Direttore del Servizio Sanitario Sanmarinese. li dott. Pullè fu coadiuvato dal dott. Antonio Zappata, Assistente dell’Ospedale Civile di Ancona, dal farmacista Cesare Nicolini e dal capo infermiere dell’ospedale della Misericordia, Vio Cornacchia. il dott. Pullè si avvalse anche della consulenza e della collaborazione del prof. Ottolenghi, direttore dell’istituto d’igiene dell’Università di Bologna, il quale aveva seguito l’epidemia di tifo addominale che aveva colpito Cesena e del dott. Brotzu destinato all’istituendo Ufficio d’igiene di San Marino. Da Riccione, al seguito del dott. Pullè, arrivarono anche due infermieri e due infermiere. Una di queste si chiamava Marianna Anita Semprini. Da una relazione dei dott. PuIIè risultò che la Città e il Borgo ebbero il 10% della popolazione colpita dal morbo e che l’età maggiormente colpita era stata quella tra i 6 e i 15 anni “ (…) a causa delle cattive condizioni delle latrine di alcune scuole (…)” egli scriveva. II dott. Puliè affrontò il problema alla radice provvedendo soprattutto alla riqualificazione dell’acquedotto e delle fognature oltre che alla diversa collocazione delle concimaie e delle discariche cittadine. Provvide a far costruire due latrine pubbliche e a indurre la popolazione a costruire nelle case latrine a chiusura idraulica. Ciò non lo distolse dal provvedere, anche in prima persona, dall’accorrere al capezzale dei malati in ogni angolo del territorio e nell’Ospedale cittadino, coadiuvato dal personale infermieristico. Finalmente, in virtù dei rimedi adottati verso la fine di marzo 1925 l’epidemia si spense. Il bilancio fu di 350 casi accertati e di 20 persone decedute. Una di queste fu Marianna. Essa, che si era prodigata con dedizione e spirito di sacrificio all’assistenza delle persone colpite dal terribile morbo, malattia altamente contagiosa, in un momento di quiescenza dell’epidemia, era tornata a casa, ma, quando l’epidemia ebbe una recrudescenza, non si sottrasse al dovere di ritornare per prestare al sua preziosa opera, pur consapevole del rischio che avrebbe corso. Fu in quell’occasione che il morbo non la risparmiò e si ritrovò ad essere ricoverata tra quelle stesse persone che ella avrebbe voluto assistere, assistita a sua volta; ma la sua pur forte fibra non resistette al male ed ella spirò sotto gli occhi pieni di commiserazione e dolore del dott. Pullè e dei suoi colleghi e colleghe. Lasciava, all’età di 32 anni, un figlio tredicenne, Luigi e il marito Giuseppe, anche lui di cognome Semprini, senza essere tuttavia parente e uno stuolo di fratelli che perdevano in lei un sicuro punto di riferimento e di sostegno.

Armando Semprini

Forse Marianna avrebbe meritato qualcosa di più che non una medaglia (d’argento) di 3ª classe, visto che mise a disposizione per il prossimo la propria vita fino al sacrificio di sé. Resta comunque il dovere, a distanza di quasi un secolo, di recuperare la sua memoria e di onorarla al cospetto della popolazione riccionese e sanmarinese insieme, nei modi che le due comunità riterranno più opportuno.

Commenti non consentiti.

Marcar Rimini
Ceccaroli
Composet
Michelotti Santini
Guest.it
Spazio Assiamica
cd arredamenti
ediltutto
riccionese tendaggi
carrozzeria artigiana
ranch saloon
Muccioli
cavalluccio marino
bottega imbianchino