Zuchira e i Furnarèin

venerdì, ottobre 14, 2011
da famijarciunesa

QUANDO GLI IDEALI NON SI CALPESTAVANO

Aldo era un uomo vicino ai quarant’anni che viveva da solo giù a Marina, in una casetta bassa, seminascosta da cumuli di terra, alla quale si accedeva da una minuscola porticina. Tra quegli avvallamenti aveva ricavato, con cura e sapienza, vari orticelli che coltivava, a seconda delle stagioni, a pomodori, cavolfiori, insalata e quant’altro gli fosse gradito. Dietro casa, protetto da fitti arbusti che lo celassero agli occhi indiscreti di possibili ladruncoli, un bel pollaio, dispensatore quotidiano di uova e riserva di carni bianche. In tale maniera il suo sostentamento non dipendeva da nessuno e per i suoi “vizietti” rimediava qualche soldo grazie a saltuari lavoretti di fatica presso le villette dei “S-gnur” (quei villeggianti possessori di belle abitazioni sul mare). Questo sistema di vita, non usuale nel paese, gli aveva procurato un soprannome altrettanto inusuale: Zuchira. In ciò paragonandolo al grillo talpa, l’insetto grosso quanto un dito che scava gallerie nella terra. Questo quadretto non deve però trarre in inganno sulle qualità di “Zuchira” che non era un sempliciotto. Da giovane aveva studiato e il gusto della lettura era ancora ben vivo in lui. La politica era quasi un’ossessione ed ora combatteva  una crisi profonda, odiava il fascismo e non sapeva mascherarlo; di conseguenza spesso era nei guai visto che esprimeva a voce alta i suoi ideali. Schedato dalla polizia, era tra quei tre/quattro“elementi-pericolosi “che il regime fascista chiudeva in gattabuia, in via cautelativa, ogniqualvolta il Duce era presente a Riccione. Il fatto che vi narriamo avvenne in una notte d’estate. Mussolini, richiamato d’urgenza a Roma, era partito nel pomeriggio dando così il via libera alla scarcerazione dei “probabili attentatori”. “Zuchira”, aveva preso l’abitudine in quelle occasioni di andare a sfogare l’ira repressa in una osteria del Paese vecchio, dove aveva modo di scambiare quattro chiacchiere e affogare le cocenti delusioni in “robuste” bevute. Quest’ultima costrizione in particolare (tre giorni della sua vita”regalati” all’odiato Duce), lo aveva così abbattuto nel morale che la sbornia superò ogni suo precedente limite. Barcollando comicamente, solo al terzo tentativo riuscì a cavalcare la sua sgangherata bicicletta (il piede destro non ne voleva sapere di rimanere sul pedale) e infilare il viottolo che confluiva “tla Viola” cioè in Viale Maria Ceccarini. Seguire una linea dritta pedalando e smoccolando non era facile; così, dopo aver evitato due alberi per puro miracolo s’inabissò nel fosso. La bici imbizzarrita fece una capriola e gli piombò su testa  e torace un attimo dopo il cruento contatto del suo deretano con alcuni sassi cosicché al primo urlo di dolore come un’eco rispose il secondo. Subentrarono attimi di silenzio, la ferraglia del velocipede, causa i fumi dell’alcol, rappresentava le sbarre della prigione bloccando il fiato nei polmoni…poi l’aria uscì di colpo “ Aiuto…dèm una mèna… a so sguilì, a so tòt ciachèd…” (Aiuto..datemi una mano… sono scivolato, sono tutto ammaccato)…il tempo trascorreva lento e nessuno rispondeva alle sue sempre più flebili richieste di soccorso…poi, all’improvviso la bicicletta si leva in aria quasi fosse un uccello… ”Chi èl? iutim…trim fura d’iché….” (Chi è? Aiutatemi… tiratemi fuori da qua)… e si sentì afferrare da quattro braccia…appoggiò i piedi in terra e volgendosi ai due…” Av ringrezie… a s’era propria mès mèl… s’am’acumpagnè ma chèsa av dagh dò pivaroun e quatre mlanzène e magari ènca agl’ove fresche” (Vi ringrazio …ero messo proprio male, se mi accompagnate a casa vi regalo due peperoni e quattro melanzane e magari anche le uova fresche).” Nessun problema signore, contenti di averla aiutata” disse il primo. “E non occorre che si disturbi” proseguì il secondo. Allora li osservò attentamente nonostante il buio del luogo: ragazzotti ben piantati, vestiti di scuro, capelli impomatati, …in un istante si accese la luce! “Mo vuèlt a sì i Furnarèin*! Vigliaca tera putèna… arbutim giò un’ènta volta… sòbte!” (Ma voi siete gli “scarafaggi”! Vigliacca terra puttana, rigettatemi giù un’altra volta, subito!) Poi, viste le facce stupefatte dei due, agì d’impulso. “A fac da par me” (Faccio da solo) e in un tuffo fu di nuovo nel fosso, si tirò la bici addosso ed esclamò: “Grazie listès, aspét dmatèina, quand e pasarà e carèt de latèr, l’è un mi amigh! ”(Grazie comunque, aspetto domattina, quando passerà il carretto del lattaio, è un mio amico) …e s’addormentò.

G.L.M.

*Furnarèin= Scarafaggio, bacherozzo
Dall’umidità delle cucine e delle cantine spuntano numerosi. A Riccione, durante il fascismo, erano così chiamati i poliziotti incaricati di vigilare sulla “sacra” vita di Mussolini. Numerosi e neri, sbucavano fuori da ogni dove appunto come gli scarafaggi.

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