Un compleanno speciale

giovedì, febbraio 4, 2010
da famijarciunesa

Jenny sarai sempre nei nostri cuori

Una serata per ricordare Jenny non basta. Il 15 novembre ci siamo ritrovati tutti al Palaterme per festeggiare quello che avrebbe dovuto essere il suo diciottesimo compleanno. Ho già scritto più e più volte quello che provavo per Jenny, la mia cara amica, che se ne è andata da ormai un anno. Forse sono la persona meno indicata per scrivere di lei, per raccontare in maniera oggettiva quella serata di Novembre, il giorno della sua festa, di come mi sono emozionato davanti ad Andrea Tosi e Massimo Montanari che hanno cantato per Jenny, che sono miei amici, che sono stati suoi amici. Forse sono la persona meno indicata per scrivere di lei anche perché sono molto amico dei suoi genitori, di Mirco e Roby, cui voglio molto bene, che mi hanno e mi vogliono bene come degli zii. E, infine, non sono la persona più adatta a parlare di quella sera perché il “giornalismo” di tendenza, quello che piace ai giornali, alla cronaca di internet, è quello sterile e oggettivo, quello che non permette emozioni, che non tollera che non si rispetti la regola delle cinque W (e cioè la prima regola del giornalismo, ossia raccontare Chi ha fatto Cosa, Dove e Quando e Perché), questo tipo di giornalismo classico, non mi è mai piaciuto. Io, nelle cose che faccio, nelle persone che incontro, nei rapporti di amicizia, ci lascio brandelli d’anima. Non posso essere oggettivo, non ci riesco. Ecco perché voglio tralasciare il fatto che in quella serata c’erano, lì apposta per ricordare Jenny, tutte le autorità possibili e immaginabili: dal Sindaco a tanti altri. Certo, la loro presenza è stata importante. Ma quella sera, se posso permettermi di dire, è stata molto di più di una serata “in ricordo” di Jenny. Almeno, è stato così per tutti quelli che Jenny l’hanno conosciuta bene, che con lei hanno vissuto, cantato, scherzato. Devo confessare una cosa: ogni volta che mi affeziono a qualcuno, ho l’abitudine, man mano che il tempo passa, a cercare di ricordare il momento esatto in cui ho incontrato quella determinata persona, sia esso un amico, un’amica, un professore. Un po’ come per cercare di mettere a fuoco il momento esatto, quell’istante particolare che ha permesso scoccasse tra noi una scintilla particolare, che si creasse una magia, un qualcosa di unico e irripetibile. In fondo, quando nasce un’amicizia particolare, funziona un po’ come per l’innamoramento: c’è un qualcosa, un gesto, uno sguardo, una frase, delle circostanze particolari che fanno sì che con quella determinata persona si sviluppi un qualcosa destinato a durare per sempre. Ricordo come fosse ieri il momento preciso in cui io e Jenny ci siamo accorti l’uno dell’altro. Era una calda giornata di sole, nel campetto della chiesa degli Angeli Custodi, a Riccione. Stavamo mettendo in piedi i preparativi per il campeggio di settembre, poco prima che Jenny si ammalasse. Lei era seduta sul tavolo esterno, io in piedi davanti a lei e alle sue amiche. Rideva tanto Jenny, rideva come una matta mentre io le facevo le imitazioni dei prof. del Liceo. E più io imitavo più rideva, più io facevo il verso ai prof che avevamo in comune, imitandone la voce, il modo di fare, la camminata, più lei si divertiva. Ci sono due occasioni in cui due esseri umani raggiungono uno stato di simbiosi quasi perfetta: quando si ride insieme e quando si mangia insieme. A me e Jenny era capitato di mangiare spesso insieme, a casa sua. Durante un pranzo in cui c’eravamo io e i suoi genitori e il mio migliore amico di sempre, mi ha persino dato l’ispirazione per uno dei miei articoli, che poi ho scritto, e su cui poi il don ci ha fatto un’ora di catechismo ai giovani. Ironizzavamo sull’uso dei cellulari. E quando si mangiava insieme, a pranzo, o la sera, giù in cortile, con i bomboloni caldi della pasticceria, io, lei e i nostri amici, accadeva sempre la stessa cosa: ridevamo le ore, e giù con le imitazioni, le prese in giro dei trailer dei film più strani che ci inventavamo lì sul momento. E quella sera di novembre, al Palaterme, quando tutte quelle persone si sono strette attorno ai genitori di Jenny, ascoltando Andrea e Massimo suonare e cantare le canzoni che a lei piacevano di più, insieme al coro del mitico Fabio Pecci, non ho potuto non commuovermi, perché mi sembrava di vederla lassù, con quei suoi occhietti da Birba, oltre la mascherina, che portava quando stava male in ospedale. Un bacio cara Je. Grazie a te sono diventato anche io un po’ più grande.

Andrea Usai

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