Colonia Dalmine

venerdì, aprile 15, 2011
da famijarciunesa

Brevi note sulla colonia Dalmine

Come si può constatare, transitando sulla litoranea Riccione-Rimini, la Dalmine, una delle più importanti colonie che hanno contrassegnato la storia turistica della nostra città, è stata eccellentemente recuperata e trasformata in un albergo congressuale, dopo gli interventi eseguiti negli anni Ottanta, che ne hanno in gran parte conservato l’originario aspetto esteriore. In tal caso, si è trattato di una lodevole variazione di rotta, rispetto agli anni Sessanta, allorché, il più delle volte, quelle gloriose testimonianze di un recente passato, erano abbattute  nell’indifferenza, o con il colpevole avallo delle istituzioni. Questa colonia, che prendeva il nome da una cittadina in provincia di Bergamo, è riconducibile, al pari di tante altre sorte a Riccione e sul litorale romagnolo, a quel fenomeno, diffuso in tutta Europa,  della costruzione da parte di enti pubblici ed aziende private, di edifici atti ad ospitare istituzioni di carattere sociale ed assistenziale, rivolte soprattutto alle famiglie ed  ai figli dei lavoratori. La Società Dalmine, sorta nei primi anni del Novecento a Milano, è un’industria siderurgica specializzata nella produzione di tubi in acciaio senza saldatura,  all’avanguardia a partire dagli  anni Trenta, non solo nel settore industriale, ma anche nella promozione di attività socio- assistenziali. In questo ambito, l’azienda ha  sempre profuso molte energie, e la realizzazione nel 1936 della colonia marina di Riccione, in  posizione amena a pochi passi dal mare, ha sempre rappresentato un vanto, com’è ampiamente descritto negli annali della fabbrica lombarda. L’edificio, progettato dall’architetto milanese Giovanni Greppi (1884-1960), uno tra i principali professionisti dell’epoca, venne  costruito su terreni di proprietà dei riccionesi Picagli Garibaldi e Goldoni Milziade, venduti nel 1935 alla Società Stabilimenti Dalmine. L’inaugurazione avvenne in pompa magna, secondo i classici stilemi del regime fascista e con ampio risalto della stampa dell’epoca, che sottolineò il fatto che alla “nuova imponente  colonia toccò  l’onore elevatissimo d’ essere visitata dal Duce”. Dotata di una superficie di circa 1500 metri quadrati, era circondata da un’area propria, che comprendeva un tratto di oltre 30.000 mq. di spiaggia; poteva ospitare ogni anno, in due turni estivi, sino a 400 bambini dai 6 ai 12 anni, a carico della Pro Dalmine, che si accollava anche le spese del vestiario. Nel 1940, così come altre colonie, venne provvisoriamente requisita dalle autorità, per essere adibita ad ospedale militare. Al termine del  secondo conflitto mondiale, la colonia riprese intensamente la propria attività, tanto che dovette essere  ulteriormente ampliata, al fine di poter accogliere un numero crescente di ragazzi. Nel 1953, verrà intestata al conte Franco Ratti di Desio che fu, tra l’altro, commissario straordinario della  Società Dalmine nel 1945 e suo presidente fino al 1953. Successivamente, a partire dagli anni Sessanta,  l’avvento del turismo di massa, il boom economico, e la conseguente  possibilità di potersi  permettere, a proprie spese,  un periodo di vacanze in una località prescelta, da parte di un sempre maggior numero di famiglie italiane, unito ad un considerevole  calo demografico,  porteranno alla chiusura di numerose colonie su tutto il territorio nazionale. Tra queste, la Dalmine che, dopo una ventina d’anni d’abbandono,  grazie al suo sapiente recupero per scopi  turistici, si erge  a  testimoniare ancor oggi  una “gloriosa” istituzione che, in un passato non  tanto lontano, ha permesso benefiche cure marine e, molto spesso, la “scoperta del mare”, ad un gran numero di bambini italiani.

Fosco Rocchetta

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