Fatti di guerra

lunedì, giugno 3, 2013
da famijarciunesa

Un Riccionese testimone della Shoah

La sera dello scorso Venerdì 19 Aprile , all’Auditorium “Mario Del Monaco” di Villorba, una cittadina alla periferia di Treviso, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura, è stata data la rappresentazione teatrale “COME BRANCHI DI ZEBRE…GLI INTERNATI MILITARI ITALIANI TESTIMONI STRAORDINARI DELLA SHOAH”, ideato dalla ricercatrice storica dott.ssa Erika Lorenzon e dall’etnomusicologa maestra Francesca Gallo. Alla manifestazione, presenziata dall’Assessore alla Cultura, signora Girardi Greta, ha partecipato un folto pubblico, così numeroso da seguire in piedi la rievocazione del drammatico internamento dei soldati italiani, all’indomani dell’Armistizio. All’oscuro di quanto stava succedendo, privi di ordini, si sono visti circondati e disarmati dai nazisti. Nell’impossibilità di difendersi, sono stati deportati su vagoni merci, piombati all’esterno, con piccole finestre sbarrate da filo spinato, stipati come bestie, senza cibo, acqua, senza la possibilità di soddisfare decorosamente le normali necessità fisiologiche. Con viaggi interminabili sono stati portati nei “lager” al confine con la Russia poi, con l’avanzata dei Russi, in altri verso Occidente. Mio padre Augusto, ufficiale di complemento con il grado di Maggiore, fu catturato dai Tedeschi in Val Venosta, dove gli era stato assegnato, nel Sottosettore Passirio, il Comando del Gruppo Capisaldi Senales, col Comando operativo alla Stretta di Tell, sulla strada dello Stelvio, dove venne colto dalla notizia dell’Armistizio, senza aver ricevuto ordini dai silenti Comandi da cui dipendeva. Insieme ad altri deportati, la prima tappa di un lunghissimo viaggio fu Hohenstein, nella Prussia orientale. Fatti scendere, attraversarono la città a piedi: insultati, oltraggiati, sputacchiati, irrisi da donne, bambini, uomini anziani. Entrati nello Stammlager, mio padre venne immatricolato IMI numero 410. IMI (Internati Militari Italiani) era l’identità attribuita loro da un accordo siglato da Mussolini e Hitler. Arrivati nei campi, agli Ufficiali fu chiesto prima di aderire alle SS italiane, poi alla Repubblica Sociale. Mio padre rifiutò, pur sentendosi dire dall’interprete: “Da dove vi manderanno non è tornato più nessuno”. Sul suo internamento scrisse un memoriale che ho inviato all’Archivio di Pieve Santo Stefano, da anni divenuta “la città del diario”. Ultimamente mi sono arrivate dall’Archivio due richieste di liberatoria per l’accesso al memoriale, da parte della dott.ssa Lorenzon, interessata per una conferenza sugli IMI, tenuta a Londra, e per la realizzazione di una rappresentazione teatrale. L’inaspettata notizia mi ha profondamente commossa per la sensibilità mostrata nei confronti degli IMI, la cui storia, le cui vicissitudini, non sono conosciute da tutti. Sono più di settecentocinquantamila quelli che, pur nella consapevolezza di marcire nei campi, hanno detto “NO”. Hanno deciso, con una scelta sofferta, di essere “prigionieri per la libertà”, con un olocausto di oltre cinquantamila per fame, freddo, malattie, lavoro forzato nei lager di disciplina dove, non avendo lo “status di prigionieri di guerra”, non erano tutelati dalle Convenzioni di Ginevra. La dottoressa Lorenzon, dopo aver letto per tre anni oltre quattrocento memorie, depositate all’Archivio di Pieve e all’Istresco (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea della Marca trevigiana), ha ricostruito la storia della deportazione, dall’8 Settembre al Giugno 1949, selezionandone alcune, tra cui anche quella di mio Padre. Erika ha realizzato con Francesca un eccellente mosaico storico, usando tasselli di memorie inedite che favoriscono la conoscenza di un evento tragico e complesso. La rappresentazione teatrale, delicata per l’argomento trattato, è di alto livello, ha superato le aspettative di tutti per rigore, sobrietà ed eleganza. Lo spettacolo, condotto dalla voce narrante di Erika, dalla musica e dai canti di Francesca, è stato bellissimo nella sua drammaticità. Per la sua valenza didattica, educativa, dovrebbe essere proposto alle Scuole e rappresentato nei vari teatri italiani. Presenta uno dei momenti più difficili della nostra storia unitaria, i cui protagonisti sono tanti uomini che con le loro azioni, il loro eroismo, hanno scelto la via del lager per testimoniare la loro fedeltà ai valori della libertà, dell’onore e della dignità. Ci hanno lasciato un patrimonio umano, a cui poter attingere per sentirci tutti appartenenti alla grande “Famiglia Italia”.

Emanuela Cicchetti

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