I racconti di Gil

martedì, febbraio 12, 2013
da famijarciunesa

Le vacanze giovanili a Riccione di GIL

Leggendo la Famija Arciunesa di Marzo/Aprile 2012 “I Pullè una grande famiglia“ mi sono venuti alla luce della memoria alcuni flash di mia nonna la Contessa Beatrice Cella, cugina del Barone Bettino Ricasoli di Firenze (Il Barone di ferro). La nonna abitava in viale Cesare Battisti al n 4, di Riccione; nella villetta in stile giapponese (dove io ho vissuto anche dal 1943 al 50) poi, purtroppo, demolita per fare posto ad un albergo. I miei ricordi ancora oggi sono più fervidi che mai. Si giocava con gli amici della allora Scuola Elementare della Maestra Sirocchi, nostra insegnante. Nel pergolato posteriore della villetta, di fianco alla pensione Franchini, l’uva era matura e pronta per essere raccolta. Ricordo perfettamente l’uva “pirolona”, come si diceva a casa nostra, acini oblunghi sodi e dolci. Tra l’angolo di viale C. Battisti e viale Gorizia, i 4 alberelli dai rami carichi di susine, erano continuamente rapinati da noi ragazzi. Tutto il giardino era un’esplosione di cose belle: fiori tenuti con cura di tutte le specie, un albero di fico, con frutti neri chiamati “Mataloni”che rallegravano il palato, ortaggi vari lungo tutta la siepe, gerani bianchi e rossi, ed oleandri di diversi colori orlavano la terrazza principale fino a coprire gli affreschi dei due Buddha raffigurati in parete, e tante zucche. Un anno ne contammo 22, alcune anche sul tetto.

Ecco dunque i flash della memoria.

Mia nonna Beatrice (nella foto in un dipinto eseguito da suo figlio Walther, mio zio); e mio nonno Antenore (Colonnello degli Alpini, fumatore accanito dei famosi sigari “Virginia“). Quando erano a passeggio formavano, l’articolo “IL“ per via delle loro stature… Lui, molto alto e lei piuttosto bassa. Amanti dell’arte, soprattutto della lirica, i figli portavano nomi di famose opere di grandi autori della lirica del tempo: Irma, Carmen (mia madre), Tosca, Werther=Walther, e la nonna stessa Beatrice. “Cenci”). Spesso mia nonna si trasformava in un giorno “nobile giardiniera”, lavorando nel bel giardino si sente chiamare… (io piccolo, accanto a lei con le mani sporche di terra ). Era un signore molto distinto con una sola lente in un occhio e un filo penzoloni… barba bianca a pizzetto ben curato, pantaloni chiari, giacca sull’azzurro e un fazzolettino nel taschino. Togliendosi il cappello con fare elegante, saluta la nonna; al che lei, si appresta ad aprire il cancello e questo gentile signore, prendendole la mano e baciandogliela; senza volere, fa scivolare a terra un guanto giallo. Io, subito lo raccolsi ed egli, mi disse grazie con un filo di voce ed uno sguardo affettuoso. Il discorso fu breve, e le visite si protrassero per diverse settimane sempre con quel simpatico cerimoniale. Questa, fu la prima volta che “conobbi“ il Conte Felice Pullè. Ero da poco giunto a Riccione in quanto a Bologna erano iniziati purtroppo i primi bombardamenti con le corse improvvise nei rifugi, sollecitati dall’allucinante sirena dell’allarme. Altra occasione. Questa volta in viale Maria Ceccarini, vicino al teatro Dante, assieme a mia nonna Beatrice, si andava al Credito Romagnolo. Incontriamo il Conte Pullè, e sempre con la sua solita gentilezza e signorilità togliendosi il cappello fece il baciamano; scambiandosi diverse parole… Altro ricordo. Nella villetta giapponese di viale Cesare Battisti n 4, con il mio amico Beppe Francesconi ed altri amici, spesso tiravamo di boxe, avendo costruito con delle corde una specie di ring sotto il pergolato usando dei vecchi guantoni consumati, datici dai soldati inglesi. Un giorno ecco passare il Conte e vedendomi tutto accaldato mi incita a proseguire e mi invita a salutare mia madre. Poi continua la sua passeggiata con cadenza lenta ma sobria ed elegante.

Gian Luigi Dondi “Gil”

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