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Settembre 1944 finisce la guerra: Bruno Bezzi a 9 anni e la sua Riccione

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Riccione settembre 1944, la guerra è praticamente finita ma è ancora complicato trovare il cibo quotidiano. I soldati canadesi sono spossati e i bambini di Riccione tornano a giocare.

Alla fine di settembre del 1944 trascorrevo le mie giornate in strada. La scuola non era ancora iniziata. Molti edifici erano stati danneggiati. I carri armati alleati giravano per la città, senza alcun rispetto per gli alberi rimasti, e i muri del- le abitazioni. I bellissimi viali della Perla verde dell’Adriatico erano dei veri percorsi di guerra che, con le piogge, divenivano impercorribili per il fango e le buche diventate, a volte, dei veri crateri con relativo lago al centro.

Gli Angloamericani avevano requisito quei pochi alberghi risparmiati dai bombardamenti. Il Quartier Generale aveva preso possesso del ma- gnifico Grand Hotel con vista mare in via Roma (oggi via Gramsci). Il comandante della “piazza” di Riccione era il capitano Pietro della British Army. Nonostante, con la liberazione di Riccione, per noi la guerra fosse finita, procurarsi il cibo non era cosa facile.

LE DIFFICOLTA’ PER PROCURARSI IL CIBO

I raccolti erano “saltati”. La pesca non poteva essere praticata per or- dine del comando alleato. Inoltre il mare era disseminato di numerose mine. I forni non avevano la farina per fare il pane e il pastificio Ghigi di Morciano era fermo ormai da tanto tempo, per mancanza di ma- teria prima. Ogni giorno, all’ora di pranzo, assieme ad altri bambini, miei coetanei, ci mettevamo in doppia fila all’uscita dell’Hotel Bristol, con in mano un piatto e una gamella di alluminio in cui, i soldati canadesi, al termine del rancio con generosità e pietismo, versavano il cibo a cui avevano rinunciato. Oggi, rivedendomi in quell’atteggiamento questuante, provo tanta vergogna da esitare dal raccontarlo. Ma, se solo penso agli stenti patiti dalla mia generazione per una guerra scellerata, credo che a vergognarsi dovrebbero essere altri e non noi bambini innocenti. Uscivamo da una guerra malconci in tutti i sensi.

LA CIOCCOLATA DI UN SOLDATO CANADESE

Mi ricordo che un giorno andai a far la fila per il cibo, vestito con un pigiama a righe e un paio di zoccoli ai piedi. Molti di quei soldati risero per quel mio abbigliamento, ma uno non rise affatto. Si avvicinò e mi diede una grossa cioccolata e con gli occhi lucidi, mi fece una carezza sulla guancia. Avevo solo nove anni, ma capii che, forse, gli ricordavo il figlio lontano: «Thank you» gli dissi, sorridendo. Egli chinò il capo e si allontanò senza rispondere, forse per nascondere la commozione.

GLI AEROPLANINI

Là dove oggi c’è l’hotel Belvedere c’era una bella villa di due piani senza recinzione, in quanto tutte le cancellate in ferro, durante la guerra, erano state divelte per farne materiale bellico. Io e altri amici entrammo nella villa il cui tetto era stato squarciato da una bomba, che senza esplodere, aveva trapassato il solaio del primo piano conficcandosi al piano terra. La scala interna era rimasta intatta, saliti al piano superiore, ricordo che trovammo un librone talmente grosso che, in due, a malapena riuscivamo a trasportare. Il librone aveva pagine patinate e illustrato con fotografie di località argentine. Oggi mi vergogno di dire quel che ne facemmo di quel bellissimo volume, ma, a distanza di settant’anni, sento il bisogno di confessare la scempiaggine commessa da ragazzini di strada, che della guerra avevamo già visto così tante brutture. Infatti di ogni pagina facemmo immensi aeroplani da lanciare lontano.

I MISSILI…NEL CANNETO

Se distruggere un volume, probabilmente di valore, per noi era solo un gioco, ben più pericoloso, era togliere l’ogiva ai proiettili dei cannoni per recuperare i lunghi “bucatini” di polvere da sparo con cui riempire le canne di un vicino canneto, per farne missili da spedire in cielo, dove esplodevano col botto. Che goduria!

Bruno Bezzi

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