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L’aviatore americano salvato da nonna Teresina e dal partigiano Dino

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La storia dell’aviatore americano Max di Indianapolis, salvato nella campagna tra tra Riccione e Ospedaletto da Dino e nonna Teresina che non venne però premiata con alcun riconoscimento “Lè listès a l’ho fat come se fòs sté e mi fiul”

GLI SFOLLATI A SAN MARINO

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, lo Stato di San Marino rimase neutrale. Per evitare che il suo territorio fosse violato anche solo per sbaglio dalle forze belligeranti, i suoi confini vennero resi visibili sul terreno da grandi croci bianche. Il piccolo Stato, enclave della Romagna malatestiana, non fu mai toccato dalla guerra. Con l’avvicinarsi delle truppe alleate alla “Linea Gotica”, gli abitanti delle città costiere sfollarono sempre più numerosi entro i suoi confini. Era convinzione gene- rale che, mai e poi mai, la più piccola repubblica democratica del mondo sarebbe stata attaccata. Invece, il 26 giugno del 1944, contravvenendo ad ogni norma sulla neutralità dichiarata, San Marino venne bombardata dagli aerei delle forze alleate. Dopo il bombardamento e i continui rastrellamenti da parte dei tedeschi, mio padre decise di rientrare, con tutta la famiglia, a Riccione.

DA SAN MARINO DI RITORNO A RICCIONE

Mia nonna Teresina ed io, in cassetta del suo carretto trainato da un vecchio cavallo e mio padre nascosto tra le masserizie, intraprendemmo l’avventuroso viaggio, preceduti da mia mamma in bicicletta , con il compito di segnalare eventuali posti di blocco tedeschi. La nonna era ormai una veterana di trasporti pericolosi. Solo pochi giorni prima aveva portato sul calesse, da Ospedaletto a Riccione, un aviatore statunitense sfuggito alla cattura dopo essersi lanciato dall’ aereo con il paracadute.

UN AVIATORE AMERICANO DA NASCONDERE

Max, questo era il suo nome, vestito come uno spaventapasseri, fu trasportato dalla nonna nella sua casa di Spontricciolo a due passi dall’aeroporto di Miramare di Rimini. Il trasferimento avvenne percorrendo stradine interne per evitare di incappare in qualche pattuglia tedesca o in militi della RSI. Il rischio corso fu enorme. Non si deve dimenticare che eravamo in stato di guerra, sotto occupazione germanica, per cui se avessero sorpreso nonna Teresina sul calesse con Max, avrebbero potuto fucilarla all’istante, per collaborazione col nemico. Max faceva parte dell’equipaggio di una fortezza volante. Il suo aereo colpito dalla contraerea tedesca nel cielo di Romagna divenne ingovernabile, per cui tutto l’equipaggio composto di dieci uomini dovette abbandonarlo. Max, come da procedura, essendo mitragliere di coda, fu il primo a lanciarsi col paracadute, seguito via via dagli altri nove compagni. Egli prese terra vicino al piccolo cimitero di Mulazzano dove si nascose tra le tombe. Gli altri, invece, atterrarono vicino l’uno all’altro e tentarono di nascondersi nei campi di grano.

IL PARTIGIANO DINO SALVA MAX

I soldati tedeschi, arrivati in forze sul posto, cominciarono a sparare nel grano alto. Gli aviatori americani non ebbero altra scelta che quella di arrendersi. I tedeschi, naturalmente, cercarono a lungo il decimo uomo dell’equipaggio, ma senza successo. Dino, partigiano combattente, da un bosco vicino dove cadde il B17, seguì con il binocolo la discesa del paracadute di Max e individuò dove si era nascosto. Al sopraggiungere dell’oscurità, entrò nel cimitero e a bassa voce chiamò: «John…John – nessuna risposta- John …John». Finalmente, Max/John si materializzò dietro una lapide con la pistola in pugno pronto a fare fuoco. «Io partisan- disse Dino- come with me». Max dopo una comprensibile diffidenza iniziale, volle fidarsi di quello sconosciuto. Abbassò l’arma e trascinando a fatica una gamba per una forte lussazione alla caviglia, accettò l’aiuto di Dino e appoggiandosi a lui lo seguì. Max trascorse alcuni mesi in un rifugio scavato nella terra vicino alla testata sud della pista di volo.

NONNA TERESINA ACCUDISCE MAX COME UN FIGLIO

La nonna Teresina, sempre lei: “l’Intrepida”, ogni giorno gli portava da mangiare e anche qualche sigaretta “Africa” di cui suo figlio Gigi si privava. Sul calar sella sera , Max , ogni tanto, traslocava in casa per dormire in un letto vero. Ricordo che quando con mia mamma, la domenica, andavo dai nonni a Spontricciolo, la sera mi capitava d’incontrarlo. Egli m’insegnava qualche parola d’inglese ed io a lui d’italiano. Giocavamo a pallavolo in camera da letto con una grossa camera d’aria. Ogni tanto, con parsimonia, mi regalava un quadretto di cioccolato energetico. A gesti, mi faceva capire che non poteva darmene di più, perché in caso di fuga, quelli erano i sui viveri di sopravvivenza.

RICCIONE LIBERATA: PER DINO DIPLOMA DI BENEMERENZA

Quando le truppe alleate liberarono Riccione, Dino, con una motocicletta sidecar sottratta ai tedeschi, accompagnò Max al comando alleato della 5a divisione corazzata canadese. In seguito Dino per aver salvato l’aviere americano ebbe dagli Stati Uniti un diploma di benemerenza. Max non dimenticò mai ciò che Dino aveva fatto per lui, mantenendo a lungo contatti epistolari. Inoltre più volte lo invitò ad Indianapolis. Alla co- raggiosa nonna Teresina , invece, non fu dato alcun riconoscimento.« Lè listès – diceva- a l’ho fat come se fòs sté e mi fiul».

Bruno Bezzi

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