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La spiaggia di Riccione si candida come patrimonio immateriale Unesco

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Un traguardo ambizioso realizzabile solo con una grande consapevolezza e partecipazione dei riccionesi

Nel 2018, Riccione ha iniziato una riflessione sulla propria identità fondata sull’uso sociale della spiaggia e sulla pratica dell’accoglienza, intese come bene comune ed elemento primo di vita, consumo, produzione della comunità. Nel 2019 è nato il progetto di rivolgersi all’Unesco per la candidatura nel patrimonio immateriale. La Convenzione UNESCO per la Salvaguardia del Patrimonio culturale intangibile (immateriale nella traduzione italiana), approvata a Parigi 2003, definisce come oggetto della sua tutela “le pratiche, le rappresentazioni, le espressioni, la conoscenza, le competenze che le comunità riconoscono come parte del proprio patrimonio culturale”.  Il progetto si è formalizzato sia nella delibera del Consiglio Comunale, aperto del 7 febbraio 2019, approvata all’unanimità, sia nella nascita dell’Associazione per la candidatura Unesco, che ha come soci tutte le maggiori istituzioni locali. Negli anni 2019-2020 è stato affidato un incarico al CAST (Centro Avanzato di Studi Turistici, Università di Bologna, sede di Rimini) di preparare il “dossier della candidatura”. Inoltre, il progetto è stato seguito dalla Commissione CoPi (Commissione per l’informazione) presieduta dal Prof. Guido Candela, docente universitario. Nel 2022, dopo i contatti con il Ministero della cultura e in accordo con il Comune, l’Associazione ha allargato l’incarico alla Fondazione Santagata per l’economia della cultura di Torino.

 

Professor Candela quali sono le finalità del progetto?
“La salvaguardia del patrimonio culturale legato agli usi della spiaggia di Riccione, fattore primo delle pratiche sociali, che coinvolgono comunità e ospiti, e riferite alla natura.
Comunità che da oltre un secolo ha trasferito sulla spiaggia una parte importante delle sue pratiche sociali, culturali ed economiche. Negli anni, la spiaggia è divenuta il luogo d’incontro fra residenti e turisti, dal quale sono nate consuetudini sociali, sviluppando un forte senso identitario e generando un equilibrio fra la dimensione ecologica e l’uso economico e sociale di uno spazio comune. Generando così un modello di antropologia sociale della comunità”.
Possiamo dunque parlare di un “modello Riccione”?“
“Certo dove si dimostra la possibilità di un’altra economia, comunque fondata sulla proprietà privata e sul mercato, che tuttavia fa uso di una diversa antropologia economica delle persone, delle istituzioni e della società. Un’antropologia costruita su due pilastri: “co-creazione del valore” e mission oriented, cioè l’individuazione e condivisione di un progetto comune, che coinvolge Stato e cittadini, consumatori e imprese, guidati da un’unica ratio: uno sforzo collettivo”.
E quale logica ha seguito lo sviluppo della spiaggia?
“Una logica comunitaria che si riconosce nel modello antropologico di Riccione per l’uso comune della spiaggia, in una co-creazione fatta per esperimenti, errori e correzioni durate oltre cent’anni di scelta turistica. Le tante imprese del turismo non si sono concentrate nella massimizzazione dei profitti, a solo vantaggio dei proprietari, ma si è instaurata una missione, un progetto rivolto a tutti i portatori d’interesse: proprietari, lavoratori, comunità e ambiente, concentrandosi sul lungo termine e non sul breve termine”.
E i turisti che ruolo hanno giocato e giocano? “Per il turismo la visione olistica di comunità impone che fra i portatori d’interesse non siano compresi solo i residenti permanenti, ma anche i residenti temporanei, cioè i turisti stessi. Infatti, il turismo è un bene che cointeressa turista e residente, due utenti spesso indicati in competizione e in contrasto nell’uso delle risorse. Ma la spiaggia al contrario può essere – e questo è certamente per Riccione – un elemento che unisce turisti e residenti”.


Perché l’ospitalità da queste parti è così originale rispetto ad altri lidi? La dimensione mediamente ridotta delle imprese, la flessibilità dei ruoli, la presenza spesso dell’intera famiglia nel ruolo di amministratore e gestore, la naturale predisposizione ai rapporti umani della gente di Romagna, danno vita a un tipo di ospitalità del tutto originale, nel quale le relazioni personali prevalgono sugli aspetti strutturali dell’offerta. Si tratta quindi di un modello di turismo che oltre a essere un’attività economica si fonda – come afferma il Vescovo di Rimini – sul “turismo delle relazioni”, una dimensione dell’ospitalità ampia, che mette al centro la qualità di esperienze a carattere relazionale e aggregativo oltre la quantità dei beni e servizi offerti”.
E rispetto il modello di spiaggia che si è sviluppato?
“E’ un esperimento di successo nella gestione dei beni comuni, in cui non ricorrono né lo Stato né la proprietà privata. Infatti, l’economista premio Nobel Elinor Ostrom sostiene che ha successo la gestione comunitaria di questi beni. Ovvero, rispetto alla proprietà privata oppure alla proprietà pubblica, la soluzione migliore consiste nell’affidare il bene comune a logiche non proprietarie ma amministrative. In altre parole, si riferisce all’autogoverno degli utenti, espressione di una razionalità di comunità, poiché l’esperienza dimostra che questa è la scelta migliore”.

Fare perno su un modello non mette a rischio l’innovazione?
“Parliamo di antropologia economica di un territorio, dobbiamo ricordare le conclusioni di un antropologo, James C, Scott, sullo sviluppo fra l’innovazione come creazione-distruttrice e la tradizione trasmessa con la pratica: non bisogna rinunciare all’innovazione che è in sé positiva, ma è necessario difendere comunque la conservazione della pratica del mestiere. Poiché questa pratica ha la forza della reversibilità, sa mettere in conto le sorprese, non dimentica di puntare sulla creatività della persona – si pensi agli attrezzi per la pesca che nella prima trasformazione dell’arenile divennero attrezzatura di spiaggia.
Bisogna procedere – dice Scott – per piccoli passi, conservare la tradizione è importante, poiché è la sola che in certi casi ha ‘salvato’ la comunità dagli errori dell’innovazione portata al suo estremo”.


Possiamo dunque parlare di tradizione innovativa? “Esatto, proprio perché le ricerche del CAST e della Fondazione Santagata – ora conservate e consultabili presso il Centro di Documentazione dell’Associazione, che ha sede a piano terra della Villa Mussolini – hanno confermato che l’evoluzione storica della comunità riccionese ha co-creato un concetto organizzativo nuovo, originale, a prima vista chimerico, ma che invece è reale nel costruire su base comunitaria sviluppo umano e coesione sociale fondati su un bene comune, la spiaggia”.
Il vostro obiettivo nel breve?
“Promuovere la conoscenza di questo patrimonio, rendendolo patrimonio dell’umanità. Questo richiede non solo un dossier, ma la partecipazione della comunità riccionese e l’attivazione di quei processi di condivisione e trasmissione del sapere che sono essenziali ai fini della candidatura”.
Come si arriverà alla candidatura?
“E’ un percorso non facile e lungo, che coinvolge istituzioni nazionali e internazionali, e che dipende strettamente da quanto la comunità tutta ci crederà e si dimostrerà partecipe nel sostenere il progetto. Riconoscersi nel progetto di candidatura Unesco dell’identità di spiaggia di Riccione è prendere coscienza che “questa storia siamo noi”, ma anche aderire esplicitamente all’Associazione sottoscrivendo la tessera (costo 5 euro n.d.r.) ha il maggior significato del dire “in questo progetto ci sono anch’io”.

Francesco Cesarini

 

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