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Francesca Airaudo “Il teatro è terapeutico, il palco è liberatorio”

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Francesca Airaudo si racconta: gli inizi, la passione per i viaggi, il teatro nella sua Riccione che si avvicina al centenario, l’occasione per raccontare sul palco una Riccione poco conosciuta: quella degli inizi dell’ospitalità e dei primi hotel.

Francesca Airaudo in scena.

Francesca Airaudo, nasce a Riccione ma il cognome tradisce le origini piemontesi da rintracciare nel nonno. Bellissima figura femminile dai tanti ricci ma senza capricci, in qualche modo tratto della sua marcata personalità: forte, amante del suo lavoro, della sua casa, dei suoi amici, della grande famiglia in cui regna la creatività e tanta musica classica e jazz. Donna a tutto tondo, non ama la cucina ma fortunata avendo oggi un compagno oste ed un ex marito cuoco.

Attrice, rivelatasi in quinta elementare, ha iniziato sempre sostenuta dalla sua famiglia pro- prio nella sua Riccione. Eppure sognava di fare l’archeologa o la giornalista per viaggiare, sua grande passione. Espressione di una parte del genius loci riccionese gestisce oggi quello che lei definisce un piccolo ma molto attivo “Teatro di campagna”, il Giustiniano Villa di Sant’Andrea in Casale, dove la gente resta seduta nonostante lo spettacolo sia finito e dove alberga, ancora, il contatto umano.

Francesca ama il dialetto che ha più volte portato in scena dividendosi anche con altri ruoli e lavori che ha portato e porta in giro per l’Italia. Sul dialetto preziose le collaborazioni con Gabellini e Pioggia. Della “romagnolità” apprezza pregi e difetti, menzionando la cevoliana “ignorantezza” ed anche per certi versi il “prima faccio poi penso” che in fondo ha caratterizzato, non sempre nel bene, la laboriosità del nostro territorio.

Come quella volta che venne demolito il Teatro Dante? “Era un edificio privato abbattuto per dar luogo ad un condominio in cui io stessa ci ho vissuto per dieci anni. Del resto, contestualizzando il fat- to nel dopo guerra, quando c’era la necessità di costruire la Riccione che vediamo oggi, la ripresa economica era determinante: il mattone era ciò che più contava. Per contro nel 1947 nasceva nella Perla verde il Premio Riccione per il Teatro. Oggi abbiamo lo Spazio Tondelli che basta ed avanza”. 

Cos’è il teatro per te? “È un luogo dove nessuno sbaglia, ci si sente liberi ed al tempo stesso inadeguati sino a che non si sperimenta se stessi rispetto al gruppo di cui è bello vedere la sua evoluzione su un palco dove tutto può accadere perché è “pericolosamente” liberatorio in quanto ci si sente nudi, non ci si può nascondere e ti misuri. Il teatro è terapeutico, oggi, a differenza del passato, lo affermo anch’io”.

Tu ami molto il contatto diretto con la gente, hai portato spesso il teatro in luoghi insoliti… “Con la mia vecchia “Compagnia del Serraglio” abbiamo fatto spettacoli ovunque, a Riccione, persino sui pali della luce. Scherzo, ma neanche tanto! Comunque fino al 2015, poi il buio. Abbiamo recitato anche sulle barche, al porto, che per me resta uno dei pochi luoghi identitari della città e che non vorrei venisse alterato.”

Eppure è un mestiere duro, non trovi? “Soprattutto in questo momento ma di arte si può vivere. È un mestiere strano, con tempi suoi, instabile ma forse è anche il suo bello perché ti costringe ad adattarti. Chi sceglie di far dell’ar- te il suo lavoro, è un coraggioso!” L’anno prossimo ricorre il centenario della tua città. Un’idea per la tua città? “Penso che ancora vada ricordato cosa fosse Riccione prima del dopoguerra. Sarebbe bello allestire un progetto teatrale raccontando l’hotellerie dell’epoca. Patrimonio enorme di un vissuto che tende ad essere dimenticato.”

Roberta Pontrandolfo

 

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